La strizzacervelli .racconto breve

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    “Si accomodi pure sulla chaise longue” disse Sara all’Avvocato, mentre con una mano scostava la tenda della finestra dello studio scrutando la strada illuminata dai fari bagnati delle automobili.
    Dopo aver recuperato un grosso blocco note in pelle nera e la sua fedele stilografica, si sedette di fronte alla scrivania e si rivolse al paziente che la attendeva sdraiato accanto a lei: 
    “Mi racconti tutto dal principio e cerchi di non filtrare nulla di quello che le passa per la testa poiché ogni sua parola potrà essere preziosa per comprendere meglio ciò che la turba”.
    Mentre l’Avvocato iniziò a sbottonare le proprie confidenze, Sara staccò dal blocco un foglio bianco e iniziò a strappare delle lunghe striscioline di carta, impilandole una sopra l’altra. Ripeté l’operazione formando ora dei piccoli quadratini regolari che impilò a loro volta. Quando ebbe sovrapposto perfettamente ogni quadratino, li ripose ordinatamente sulla scrivania curando che nessuno fosse scivolato fuori posto.
    Afferrò di nuovo il blocco e strappò un altro foglio bianco per farne ancora dei quadratini perfettamente impilati, riponendoli a lato della prima serie. E così per la terza e per la quarta serie, finché l’Avvocato, incuriosito, non interruppe la ripetitività dei suoi gesti: 
    “Mi scusi ma perché continua a strappare pezzi di carta? C’è qualcosa che non va?”
    “Non ci faccia caso, serve per concentrarmi meglio sulla sua descrizione... continui pure a raccontare, la sto ascoltando” rispose Sara con tono rassicurante.
    L’Avvocato incassò la spiegazione e si rimise comodo, riprendendo la sua storia da dove l’aveva interrotta.
    Mentre raccontava del proprio lavoro e delle pressioni che subiva quotidianamente in tribunale, Sara si diresse alla finestra per sbirciare nuovamente la strada oltre la tenda. Osservò per qualche secondo la sfilata di grandi coriandoli colorati lungo i marciapiedi, dopodiché tornò a sedersi accanto al paziente. 
    L’Avvocato inclinò leggermente il capo e la guardò in volto con aria perplessa. Gli parve di scorgere nei suoi occhi una preoccupazione velata ma, dopo una breve pausa, riprese il filo del discorso senza porre ulteriori domande. 
    Raccontò della sua vita sentimentale. Raccontò della moglie, dei figli e di tutti i suoi parenti. Raccontò di come si sentisse trascurato e poco rispettato. Raccontò di quella volta in cui lo avevano ridicolizzato lasciandolo... “Hey, Dottoressa! Dove diavolo staandando?!?” strillò stizzito in direzione della porta d’ingresso dove Sara si era precipitata per scrutare il corridoio del quinto piano, infilando la testa tra la blindata semiaperta e lo stipite. 
    L’Avvocato non attese risposta, si alzò di scatto dalla chaise longue, afferrò il soprabito e la cartella che aveva riposto accanto al portaombrelli, da cui sfilò il proprio, esenza proferir parola schivò sulla soglia la strizzacervelli, dileguandosi rapidamente nell’ascensore del corridoio.
    Sara rimase impietrita ad ascoltare le ante meccaniche chiudersi poco distanti e osservò in silenzio il lungo corridoio deserto. Richiuse alle spalle la porta blindata e si diresse nella toilette dell’ufficio. Accese la luce, si avvicinò al lavabo e guardandosi allo specchio farfugliò: 
    “Sei tornata, maledetta”. 
    Aprì entrambi i rubinetti inondandosi con una cascata d’acqua, si insaponò abbondantemente le mani e iniziò a sfregarsele ripetutamente per ore.
    Quando ebbe terminato, le sue dita intrecciate apparvero di un rosso acceso, la pelle cotta dal liquido cristallino. Si vide rugosa, invecchiata, come se le fossero completamente scivolati di mano cinquant'anni della sua vita in quel bagno intriso di vapore.
    Spense la luce e ritornò nella stanza principale, illuminata solo da una piccola lampada da scrivania in ottone e vetro. Le bastò un passo per accorgersi di non essere sola. Dalla chaise longue in penombra due occhi di donna la fissavano minacciosi. Panico. Che si fosse dimenticata di un appuntamento? In un sbatter di palpebre Sara ripercorse mentalmente l'agenda degli impegni del giorno e visualizzò chiaramente il nome dell'Avvocato in coda a tutti i pazienti. Doveva essere l'ultimo cliente, ne era certa. Dopo di lui la sua giornata lavorativa si sarebbe dovuta concludere in qualche ristorante della città a mangiare sushi.
    "Mi scusi, da dove è entrata? Avevamo un appuntamento?" chiese impaurita.
    La donna continuò a fissarla dalla penombra senza rispondere. Il cuore di Sara iniziò a martellarle nel petto, le mani tremanti e sudate cercarono nervosamente l'interruttore esterno al bagno per far luce su quella situazione angosciante. Tastò la parete e schiacciò con tutto il palmo della mano la scatoletta elettrica. Uno dei tasti fece click, Sara sobbalzò urlando alla vista di quello che sembrava a tutti gli effetti un cadavere.
    Dapprima si schiacciò contro la parete con la schiena come per tentare di aumentare la distanza che la separava dalla donna defunta, poi qualcosa colpì la sua attenzione. Qualcosa che la avrebbe lasciata sgomenta. Si avvicinò lentamente alla chaise lingue coprendosi la bocca con una mano. Gli occhi spalancati come per consentire al cervello di trovare una risposta razionale a ciò che le stava di fronte. Si sentì morire. Quella donna la conosceva perfettamente. La conosceva meglio di qualsiasi altra persona. La donna che giaceva morta nel suo studio era lei, Sara.
    Impallidì. Le urla le si soffocarono in gola lasciando il posto alla nausea, gli occhi strabuzzati si offuscarono, il cervello privo di sangue la tradì lasciandola cadere a terra svenuta. 
    Quando riprese i sensi era sola nella stanza. Sola e confusa.




    2012 © robertoamboldi