In the Bratto's wood

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  • Un libro d'artista, una mostra, una performance teatrale.
    Fotografie di Marco Travali. Parole di Elisa Zugno.
  • “In Bratto’s wood” nasce dalla passione per il recupero degli oggetti dimenticati, per la fotografia e le storie. Una passione a cui abbiamo voluto dare la forma di un libro: parole e immagini che, pagina dopo pagina, cercano un dialogo e si completano pur mantenendo la loro indipendenza.
    I protagonisti sono dei vecchi giocattoli, sottratti alla polvere e all’oblio delle soffitte, che attraverso una penna e una macchina fotografica ricominciano a vivere.
    Questi oggetti, infatti, vengono riambientati e nel bosco di Bratto acquistano una nuova vita.
    È l’obiettivo a scoprirli, a diventare testimone e narratore. Una presenza invisibile che, senza intromettersi, è lì per raccontare e lo fa senza intrusioni – nemmeno dal punto di vista tecnico poiché non è stato eseguito alcun fotomontaggio.
    Il bosco non è più il luogo delle fiabe, ma un luogo reale, un teatro dove vengono rappresentate delle storie. Ogni scatto ne racchiude una. Ed è proprio lì, nella pagina a fianco, scritta a mano, come se il narratore si fosse affrettato a raccoglierla prima che svanisse, fuggendo veloce nel flusso dei suoi pensieri.
    Una storia o tante storie, sta all’occhio e alla fantasia del lettore riuscire a trovare la propria.
     
     
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    Qualche storia...
     
  • Potassio
    Da grande voleva essere come la signora Luisa. Lei che non piange mai, perché si vede che non le manca il potassio. Voleva avere una grande casa con giardino, con le siepi e la fontana. Voleva la cucina a isola e un grande specchio in ingresso, proprio come la signora Luisa. E il salotto col caminetto. Un tailleur beige, uno blu e uno verde smeraldo. E la collana di perle. Anche gli orecchini di perle.
    Da grande voleva preparare la crostata di albicocche e la pasta fatta in casa, ogni mattina. E andare a fare la spesa in macchina. Voleva avere dei figli, e preparargli la merenda, e un marito per preparargli la cena. Non come a casa sua. Con suo padre che riscalda la cotoletta senza staccare gli occhi dalla tivù che la mattina urla. Mentre la mamma sta a letto tutto il giorno. Sarebbe anche stata attenta alle offerte del supermercato.
    Avrebbe passato le giornate a cucinare, a stirare, a far brillare la sua grande casa, così tutti al ritorno sarebbero stati felici. Il papà dice sempre che non le fa mancare niente, e in effetti, è vero!
    Già adesso vive in una casa grande col giardino, e anche dentro, a parte il caminetto, c’è tutto. Anche il televisore al plasma. E dice che, allora, non capisce perché la mamma non sia felice. Ma forse lui non lo sa che le manca il potassio.
    In fondo lei l’aveva scoperto per caso, sentendo la mamma parlare al telefono. Era per questo che aveva portato le banane nel bosco. Le aveva seminate, perché poi sarebbero cresciute. E avrebbero fatto tante banane, tantissime. E nelle banane c’è il potassio che fa tanto bene – questo glielo aveva detto anche la maestra di danza.E con tutte quelle banane era convinta che ce ne sarebbe stato di sicuro abbastanza, e il potassio non sarebbe mancato più a nessuno. Nessuno avrebbe più pianto, e anche lei sarebbe stata felice.
    Mentre aspettava di tornare al bosco, aveva messo la signora Luisa a far la guardia alle banane, a
    controllare che crescessero. E per non sentire troppo la sua mancanza si era tenuta la sua collana di perle.
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    La chiamata
    L'aveva sempre sospettato.
    Quando da piccolo sistemava davanti a sé la sua platea, i vasi di fiori. Finita la disposizione e assegnato il giusto posto a ogni ospite, avvicinava il manico di scopa alla bocca, e la predica poteva aver inizio.
    Non era un microfono per cantare, né per propagande politiche. Voleva parlare alla gente, parlargli di valori. Del Bene e del Male. E poi voleva parlargli dell'amore, della morte, farli ragionare sulle loro azioni, sui sentimenti.
    Ma ci teneva molto anche ai rituali, gli piacevano. Gli infondevano serenità, stabilizzavano le oscillazioni della sua psiche. E quando infilava la particola – quella della farmacia – in bocca alle calle o alla boccadileone, sentiva davvero che nel mondo c'era un grosso potenziale di cambiamento, di redenzione. Quelle tre particole date ai fiori erano come tre gol segnati negli ultimi 5 minuti del derby. E gli scappava pure un “tiè!”
    “Tiè agli angeli caduti!”
    “Tiè malignità globalizzata!”
    “E tiè tentatori e corruttori d'anime!”
    Le medie erano finite, e i suoi non ne avevano voluto sapere di mandarlo al seminario. Doveva fare il liceo e diventare farmacista, per poi lavorare nella bottega di famiglia.
    Un giorno sarebbe diventata sua – gli avevano detto – un giorno non troppo lontano, e in fondo anche lì si trattava di aiutare la gente, di aver compassione e pregare.
    Era corso più volte a parlare col parroco che, per consolarlo, gli aveva lasciato intendere che le vie del Signore sono infinite. Lo aveva rassicurato spiegandogli che il Signore non è solito allontanarsi dai suoi figli, e che, quindi, anche per lui sarebbe arrivato il momento di servirLo, magari solo un po' più tardi. Doveva avere pazienza e attendere la sua chiamata.
    E così era stato. Dopo vent'anni passati a vendere aspirine e sciroppi, accompagnati da scontrino fiscale e disquisizioni sulla natura del dolore, suo padre era morto. In questa morte improvvisa aveva colto un disegno celeste, aveva capito che presto sarebbe arrivata la chiamata.
    E questo tipo di chiamate non avvengono mai a caso, in un posto qualsiasi. Il Signore non ti chiama a casa, ma in un luogo con un forte potere mistico.
    Lui quella chiamata non l'avrebbe persa per niente al mondo e così non ci aveva pensato due volte, era corso al bosco di Bratto – lo sentiva che quello era il luogo – e si era seduto lì, nel silenzio più assoluto. Aveva preso con sé tutti i telefoni che era riuscito a racimolare, almeno così aveva più possibilità, nel caso il Signore non fosse sicuro del numero.
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    Il peccato originale
    Nella sua famiglia tutto era sempre andato alla perfezione. Anche quando sua madre cucinava il pollo arrosto con le patate. Sì perché la madre mangiava le alette del pollo e lei si prendeva la polpa. Il padre, invece, le cosce e quello che avanzava. Mentre le patate si dividevano per tre.
    Poi divenne vegetariana e non ci fu più nessun equilibrio.
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    L'uomo dappoco
    Ci aveva riflettuto a lungo, dopo averci pensato per un po’, e ora che lo aveva capito si chiedeva come mai ci avesse messo tanto ad arrivarci.
    All’origine di tutto c’era il suo sentirsi un uomo dappoco. Piccolo piccolo, che lottava contro ambizioni grandi come grattacieli.
    Un’insoddisfazione generale e malnutrita, che i piccoli successi non riescono a cancellare, ma appannano solo.
    Un non sentirsi mai nel giusto posto del mondo – sensazione accresciuta in modo esponenziale da quando si trovava a vivere a Milano. Maledette congiunture astrali!
    Nei suoi spostamenti in metropolitana aveva maturato la decisione di andar a fondo a questo suo malessere, e nelle 23 fermate della linea verde che lo portavano al lavoro e poi lo riportavano a casa, aveva capito.
    Sapeva fare tutto, questo era il problema.
    Riusciva a riparare la caldaia, a cucire a puntocroce, e ad ammazzare le mosche. Aveva anche imparato a fare il giocoliere.
    Questa era una storia che si trascinava dietro dall’infanzia. La professoressa d’italiano che gli consigliava il liceo classico, quella di matematica lo scientifico. Poi c’erano le lingue e gli sport.  “Bravo in tutto”.
    Bravo in tutto, ma non abbastanza. Non abbastanza da pensare di poter eccellere in qualcosa. La vittoria alla campestre provinciale non aveva avuto seguito, ed era tempo di accettare lo stato delle cose e dire addio a ogni sogno di gloria, a cominciare da quello olimpico – anche perché le Olimpiadi ad Atene le avevano fatte da poco, e lui sognava di partecipare a quelle.
    Non ci poteva credere l’uomo dappoco.
    “Non posso essere dappoco. Bravo bravo, ma eccellente in niente” – si ripeteva fino a irritare i succhi gastrici.
    Non poteva essere la sua storia. Non lo accettava, e si diceva che forse, probabilmente, semplicemente non aveva trovato ancora quale fosse la sua arte.
    In un mondo che va avanti veloce, che sputa nuove professioni, nuove scienze, nuove forme d’arte, una al secondo, anche lui doveva specializzarsi.
    Dopo vari e vani tentativi sembrava esserci riuscito, nel campo dei pettini in resina fosforescente per muschio da presepe.
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    Mia nonna non perde tempo
    Ieri è cambiata l’ora.
    Sono andata a trovare mia nonna, contando sul fatto che lei non ne sapesse niente dell’entrata in vigore dell’ora legale. E infatti era così.
    Per una volta non avrei dovuto pranzare a mezzogiorno, procrastinare l’incontro tra il cappuccino e gli spaghetti al sugo.
    Sono arrivata alle 12,30, ma la sua sveglia non la pensava così. Quindi non era ancora ora di pranzo.
    Cinque minuti per farle apprezzare la mia visita – l’arrivo della nipote prodiga – venuta alle 11.30.
    Erano almeno tre anni che il tempo in quella cucina non volava così.
    Era passata un’ora. Senza accorgermene, se n’era volata via, solo il tempo di spostare le lancette un’ora più avanti.
    Nonna ci ha messo le restanti ore della giornata a digerire quell’ora volata in fretta, con fugaci occhiate alla sveglia e pensieri di disappunto:
    “ma guarda è già l’una!?!”
    “ma guarda son già le due!?!”
    “ma guarda son già le due e mezza!?!”
    Pian piano cominciava a capire, o meglio a darsi una spiegazione:
    “son le due e mezza ma sarebbe l’una e mezza!”
    Il tempo anche oggi passava, non la stava cercando di fregare come tutti gli altri.
    Sì bhè, lei pensava fosse aprile. Pensava che la pensione gliela avesse già ritirata sua figlia.
    Era un giorno qualunque di aprile, uno dei primi giorni del mese. Forse domenica? Forse.
    E invece no nonna.
    “No nonna, siamo il 28 di marzo”… “sì, di marzo”.
    Non le cambiava molto in realtà. Faceva spallucce e portava ancora i due golfini di lana che aveva indosso il giorno di Natale.
    Non cambiava proprio niente, e che fosse già aprile era successo un po’ per caso.
    Il calendario era caduto, aperto sul mese di aprile, e così arrampicandosi su una sedia lo aveva rimesso a posto.
    Oggi un’ora era stata inghiottita dal girare delle lancette, e un mese era passato ancor più velocemente, troppo velocemente, caduto da un chiodo.
    E mia nonna era ancora seduta in cucina quando me ne sono andata, con l’impermeabile verde sulle spalle, quello comprato in montagna quindici anni fa.
    Mia nonna che non perde tempo, anzi ha sempre detestato i perditempo, solo che oggi avrebbe bisogno l’ora cambiasse un po’ più spesso, magari un paio di volte al giorno, o più… portandosi via un po’ di tempo inutile, un po’ di quello che resta.
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  • Il racconto "Mia nonna non perde tempo" messo in scena dalla compagnia teatrale "Il grillo parlante" (BG).
    Castello Borromeo, Corneliano Bertario (MI), 12 giugno 2010

  • I giorni perduti
    Per tutta la vita si era sentito in ritardo.
    E non era solo il tram che perdeva la mattina, il treno. Non arrivare in tempo per il pranzo. I sabati erano già domeniche.
    Erano quei silenzi che frapponeva alle domande, anche alle più semplici. Silenzi di cui non si rendeva conto.
    “Mi scusi, mi sa dire l’ora?”
    Quando apriva la bocca per rispondere non c’era più nessuno. Solo con un esame attento delle lancette si rendeva conto che erano passate due ore, da quando la signora nell’impermeabile fumè gli aveva rivolto la domanda. Lui era semplicemente rimasto lì, sulla banchina, a trovare la risposta, forse vagabondando un po’ tra i suoi pensieri, mentre i treni passavano.
    Non era arrivato sulle tracce di qualcosa, la sua non era una ricerca.
    Ma da quando era nel bosco si era reso conto che il suo cuore aveva smesso di battere, smesso di scandire quel fastidioso tic tac, quasi avesse ingoiato una bomba a orologeria come il coccodrillo di Peter Pan. Solo normalissime pulsazioni, regolari.
    Camminava tra le alte sagome dei pini, costretto di continuo a cambiare direzione. La luce filtrava a fatica e nel silenzio tutto pareva esser addormentato.
    In lontananza una radura, forse un prato, si accorse di esser diretto lì.
    Lì, tra felci e muschio trovò i suoi giorni perduti.
    I sabati, le domeniche, i mercoledì. Le risposte lasciate indietro erano appese lì, nell’umidità del bosco.

    Si strofinò gli occhi, non aveva freddo. Poi uno sbadiglio, si stava per addormentare.
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