Sans Debit è una zine fotografica che si colloca all'interno di una progettualità e una ricerca più ampia sull'errore in fotografia, errore che nel corso degli anni ha permesso allo strumento fotografico di evolversi in un vero e proprio linguaggio, lavorando sul messaggio veicolato e sull'estetica dello scatto.

La storia della fotografia è costellata di immagini considerate tecnicamente sbagliate negli anni in cui sono state scattate che poi sono invece diventate iconiche ed hanno assunto un valore Altro, grazie anche ad una maggiore diffusione della visione fotografica che si stava progressivamente aprendo ai nuovi linguaggi della modernità e una popolare accessibilità al mezzo.

Nel panorama del professionismo si affacciano gli "amatori" ovvero fotografi non professionisti con la possibilità, propria di questo status, di potersi muovere liberamente all'interno del mondo della rappresentazione dando meno attenzione alla tecnica e più al significato o al valore che il soggetto ritratto aveva per loro.

In parallela convivenza con la composizione tradizionale, il ritratto in posa, il paesaggio e le altre forme di rappresentazione classica, si fa strada l'idea di originalità di una visione singolare che porta il fotografo a produrre immagini più intime e spontanee.

Una minore consapevolezza del potenziale dell'apparecchio fotografico (dovuto anche alla nascita di strumenti performanti, economici e più maneggevoli) porta ad una rilettura dello stile e dell'iconografia che restituisce e attribuisce nuovo valore all'immagine di memoria, al ricordo e a tutte quelle forme di rappresentazione proprie del mondo "dilettantistico".

Sans Debit era un'etichetta che veniva apposta dagli studi di sviluppo fotografici agli scatti che venivano considerati sbagliati basandosi sulle norme tecniche del periodo, indicando che quella fotografia veniva offerta gratuitamente ai propri clienti per la sua natura di errore.

Oggi ci sono fotografi/autori ai quali questa etichetta verrebbe applicata alla quasi totalità dei  lavori, pensiamo ad esempio a Francesca Woodman e al suo stile che utilizza un'estetica che sarebbe stata considerata sbagliata su tutta la linea.

All'interno della zine (e di tutto il progetto) ho scelto di ispirarmi alla forma del linguaggio ipertestuale ovvero documenti non lineari, dove le immagini sono legate fra loro tramite riferimenti ad altre immagini o documenti sensibili (link). Le mie immagini si mescolano a fotografie trovate sui banchi dei mercati di antiquariato dando vita ad una ibridazione.

Ho scelto di utilizzare la piattaforma Buy Me A Coffee per sostenere il lavoro che sto facendo e "dare gambe" all'idea progettuale, visto anche il particolare periodo storico,  portando parallelamente avanti la ricerca con l'obiettivo di aggiungere personali tasselli ad un discorso sull'immagine decisamente ampio e immerso nel presente. La zine è un ringraziamento per chi decide di contribuire (con un minimo di 9€) al progetto.

Gli strumenti essenziali che mi accompagnano in questa ricerca sono una Olympus Pen F e una Olympus OM-D E-M1 (insieme ad altri dispositivi analogici), principalmente per la loro versatilità e per l’ampia offerta tecnica delle fotocamere che mi consentono di potermi muovere fra tecnicismi e libertà di espressione. La Pen F soprattutto perché date le dimensioni ridotte mi permette di averla sempre con me, senza compromessi. L’aspetto interessante è anche il paradosso di scattare delle foto sbagliate, con dispositivi che nascono invece per fare fotografie fatte bene, trovo la situazione molto stimolante.

www.buymeacoffee.com/simoneridiphoto
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