VENETO B SIDE #1
Riparto da qui, dal mio solito sedile blu contromano lato corridoio.
Riparto da qui, dal mio ritornare serale.
Riparto da qui, da questa nuova pagina bianca che aspetta l’inchiostro della mia penna.
Riparto dopo aver perso chissà dove, il vecchio blocco degli appunti che raccoglieva tutti i miei pensieri sul Veneto b side.
Pensieri pre e post. Pensieri, idee, progetti in parte verificati sul campo, in parte realizzati, in parte mai verificati, mai sviluppati.
Riparto dopo giorni di ricerca, giorni di speranza nel ritrovare quelle righe sulla scrivania al lavoro.

Una mia cara amica, mi ha fatto notare, che a volte si perdono le cose per fare spazio ad altre.
Ok ci credo, mi sforzo di crederci.
Mentre scrivo queste parole, me ne convinco.
In quelle pagine perse, c’era qualcosa che non mi convinceva, qualcosa di amaro, di forzato, con un racconto non fluido. Era una scrittura arrancante, difficoltosa, interrotta, nella quale facevo fatica a ritrovarmi.
Forse doveva succedere. Dovevo perdere quei pensieri: staccarmene.
Una doccia fresca per lavar via quell'amarezza per le cose non andate per il verso giusto, che non mi facevano apprezzare quanto realizzato.
E allora via con una nuova cartuccia piena di inchiostro, come nuova linfa per far crescere e intrecciare pensieri, emozioni e considerazioni sul mio viaggio ciclistico attraverso il Veneto.

Sto ancora attraversando il ponte della Libertà che unisce Venezia alla terraferma e cerco tra le ciminiere di porto Marghera le linee dei miei Colli Euganei. 
Fa ancora caldo, troppo. L’umidità è così alta che potrei tagliarla con un coltello, e forse solo così potrei vedere la convessità del Monte Venda.
Ciminiere, come quella scalata dal protagonista dell’ultimo libro di Gianfranco Bettin. 
Luoghi simbolo di un “biocidio” a norma di legge e senza dubbio il simbolo più clamoroso del conflitto tra diritto al lavoro e diritto alla salute, al rispetto per l’ambiente e per il territorio.

Forse vi starete già chiedendo cosa centri tutto questo con un viaggio in bici.
Avete ragione, è arrivato il momento di ripartire dal principio.
2011 - Geotransect

Un’esperienza fantastica realizzata assieme ad un gruppo di amici che mi portò ad organizzare un viaggio di una settimana alla scoperta del territorio e di alcuni geositi Veneti.
Camminammo quattro giorni, mentre gli altri tre li passammo in sella alle nostre bici per congiungere le Tre Cime di Lavaredo con Cà Roman nella laguna di Venezia.
Da allora, ogni autunno, mi rinasce la voglia di ripartire per vivere nuovamente quell’esperienza. 
Otto anni di cambiamenti nella vita di ognuno, che ci hanno allontanato.
Otto anni, però, nei quali le mie distanze pedalate sono aumentate sempre più.

Ok ci provo, da solo e tutta in bici.
Una cosa mi è subito chiara: il punto di partenza sarà identico, il punto di arrivo ancora ignoto.
Torno ai geositi, argomento abbandonato, curioso di scoprire come siano stati valorizzati in questi anni. Apro il browser, digito “geositi veneto” e google sembra non funzionare. 
Il nulla o poco più.
Scopro che nel 2018 la Regione ha redatto un nuovo elenco ufficiale dei Geositi, ma amaramente constato che dalla vecchia lista, molti sono stati eliminati, lasciando interamente scoperta tutta l’area Veneziana. Pure le dune fossili del nostro precedente arrivo, non sono più degne di essere geosito. 
25 punti tra i quali individuare l’arrivo. 
Scorro e lo trovo: Sacca degli Scardovari alla foce del ramo Veneto del Po.

Dalle Tre cime di Lavaredo alla foce del Po.
Mi suona bene, mi piace l’idea.
Due punti fissati sulla mappa, all'inizio ed alla fine di un territorio da riscoprire.
Prendo gli altri geositi, li metto sulla mappa e inizio a unirli, come fosse un gioco enigmistico, cercando di creare percorsi con una logica. Faccio due calcoli, sommo le distanze, conteggio i dislivelli da superare e divido per sei.
Sei giorni: fattibile.
A dire il vero la distanza dalle Tre Cime alla fine del più importante corso d’acqua italiano, potrebbe essere coperta in una giornata di pedalata, ma il mio sarà un gironzolare su e giù, da est a ovest per unire luoghi e persone.
Estate 2018

Mi illudo, mi ubriaco dell’idea che posso farcela.
Sono prossimo alla partenza di una gara di ultracycling tra le più dure d’Europa. Mi sono messo in gioco dall'inizio dell’anno, da quando, come un giocatore di biliardo che dichiara la buca d’angolo, ho dichiarato la sfida che affronterò.
In realtà è una sfida impossibile, incompatibile con la mia vita pendolare.
Convinto, illuso, sono sicuro di potercela fare.
Cento chilometri, poco più, tanto è durata la mia TransDolomiticsWay. Ho girato la bici lungo la salita del passo dello Stelvio, poco dopo la mezzanotte. 
Mi arresi, inabile a salire, inabile a sopportare la fatica, anima del ciclismo. 
Sconfitto, arreso, colpito dalla realtà che invano cercavo di schivare, convinto di esserne padrone.
Me ne tornai a casa il più velocemente possibile, nauseato da tutto, dalla bici, dalle montagne che tanto amo. Le scorie di quella sconfitta sono rimaste in me per molto tempo, e poco conta la sconfitta sportiva, conta molto di più il fatto di essermi perso in fantastiche realtà parallele che svincolavano dalla mia reale situazione di frustrazione e impotenza al cambiamento.
Non ci misi molto a ritornare in sella. Due giorni dopo ero già in salita per cercare lungo il percorso gli amici che avevo abbandonato lungo i tornanti dello Stelvio e poco dopo decisi di andare in bici a Innsbruck per gustarmi i mondiali di ciclismo.
Ma cambiai radicalmente il modo di andare, ossia anche qui c’è un prefisso che RI-torna, Ri-tornai ad usare la bici come mezzo esplorativo, come mezzo per andare.
No gps, no race, only with my leg.
Una bici anarchica, fuori dagli schemi e dalle categorie che tanto piacciono ai gruppi identitari, tutti detentori dell’unico, a loro modo, e indiscutibile modo di andare in bici.
Una bici per pensare, per conoscere, per far nascere e crescere idee migliori e come sosteneva Margherita Hack una bici per pedalare e riflettere.
Alfredo Martini, storico CT della nazionale italiana di ciclismo, sosteneva che il ciclismo è l’unico sport che ti permette di pensare mentre lo si pratica: più si pedala e più si pensa.
Albert Heinstein dichiarò che la teoria della relatività, l’aveva avuta mentre andava in bici.
Non pretendo certo di partorire cose simili!
Ero arrivato al punto che mi serviva inconsciamente qualcosa di terapico, una “ciclo-terapia” per curare il corpo e la mente. Mila Brollo, ha proprio definito la bici come mezzo terapico.
Una bici filosofica che si metta in azione quando si vuole pensare [walter Bernardi - la filosofia va in bicicletta]
Rifletto tutto questo nel percorso che sta prendendo forma e in tutti quei chilometri che pian piano decido di percorrere e giorno dopo giorno i geositi diventano sempre più pretesto per un movimento fisico e mentale. Saranno il movente di questo viaggio, ma non il solo fine ultimo. Un viaggio filosofico, consapevole, per scoprire da dove si viene e verso dove si va. Un viaggio per faticare e al tempo stesso ordinare pensieri vecchi e nuovi.
Non passa giorno che non si pensi allo scopo del viaggio, non tanto per caricarmi di aspettative, ma piuttosto per capire se mi sto perdendo qualcosa. 
Scorrendo la libreria, scelgo letture già fatte che forse mi possono aiutare nell'aprire le porte di nuovi sentieri di comprensione. Tra le mani mi ritrovo il “Piccolo trattato di ciclosofia” di Didier Tronchet, il quale afferma che “nel caso di piccole depressioni spesso è il movimento che salva. Non la fuga: il cambiamento del punto di vista”(forse anche lo scrivere).

Non mi bastano i luoghi, i territori da attraversare. Il paesaggio così come lo conosciamo è fatto dall’interazione tra uomo e natura. Ho qualche personale dubbio sul termine “interazione” e oserei forzare un pò la mano cambiando interazione con sfruttamento. Certo l’uomo ha modellato il territorio creando questo paesaggio per un proprio tornaconto o benessere. L’uomo ha sempre sfruttato per scopi di sopravvivenza, convenienza, il territorio proporzionalmente alle risorse dell’epoca nella quale viveva. L’uomo antropocenico è sempre esistito, non lo è diventato solo nel XXI secolo; la sostanziale differenza sta nel fatto che ora la potenza di fuoco in termini di impronta sugli ecosistemi, è enormemente più alta di quella dei secoli scorsi.
Voglio cercare quelle ipotetiche linee tratteggiate che ho tracciato nei miei appunti e trasformarle in testimonianze.
Forse mi sto imbarcando in un viaggio/lavoro ancora una volta troppo complicato, ma ci voglio provare ugualmente, perché questa volta non avrò linee d’arrivo da superare e un tempo limite da rispettare.
Sono consapevole che il mio bagaglio di conoscenze, forse, non è all'altezza di un reportage lungo il Veneto. Per essere in grado di restituire una fotografia ,sia essa digitale o sotto forma  testuale, bisogna quanto meno conoscere i contorni dell’oggetto, contorni non solo spaziali, ma anche storici, le sue origini e possibilmente una visione oggettiva del presente e una probabile proiezione futura.
Vivo in Veneto da 42 anni, ma non penso di conoscerlo. 
Per questo viaggerò, pedalerò, fotograferò, intervisterò.
La mia fotografia è ancora grezza. 
Il mio occhio ancora ha ancora il fiatone, poco allenato. 
La mia tecnica è da affinare.
Il mio narrare è provinciale. 
Le mie gambe da rodare, ma da qualche parte dovrò cominciare. 
Parto!
Il percorso è definito.
6 tappe, poco meno di mille chilometri con buona parte del dislivello concentrato nelle prime quattro tappe. Percorsi prevalentemente su strada, con incursioni ghiaiose e brevissimi tratti a piedi per raggiungere i geositi più nascosti. Mediamente centocinquanta chilometri per tappa: distanza già percorsa più e più volte che non mi desta particolari pensieri. Dalla mia ho comunque il tempo, visto che potrò stare in sella dal sorgere al calare del sole. Potrò prendermela con relativa calma, anzi dovrò.
Partenza fissata per l’alba di sabato 29 giugno da Forcella Lavaredo.
I giorni precedenti scorrono nel caos dei preparativi. Il lavoro, la famiglia riempiono gran parte della giornata e le poche ore che restano, le si occupa cercando di mettere in ordine idee e oggetti utili all'avventura. 
Enrico, il mio compagno di viaggio, salito a bordo lungo il percorso di avvicinamento, di certo è più preparato di me dal punto di vista fisico essendo un trail runner provetto, E' anche esperto di fotografia e mi accompagnerà per la prima tappa di questo lungo viaggio.

Giornata di lavoro intensa, ovviamente. Rientro con il mio solito treno, ultimi preparativi, e attendo il mio socio per partire verso le 3 Cime di Lavaredo.
L’idea è di arrivare al rifugio Auronzo prima che albeggi per poter catturare l’aurora sotto le pareti nord. Ci avviciniamo e iniziamo a scorgere lucciole sparse che salgono verso il nostro punto di partenza. Cazzo! C’è il passaggio della Lavaredo Ultra Trail, una delle gare di trail running più famose al mondo. Via vai di accompagnatori, atleti, sfatti e meno sfatti. Frontali che illuminano, buff colorati che salgono.
Non è proprio questa la partenza idealizzata. 
Non sono proprio queste le Tre Cime che immaginavo, l’alba che speravo!
Ok, mando giù.
​​​​​​​​​​​​​​Sorge il sole, le pareti si illuminano accompagnate da un simpatico ronzio. Calabroni giganti elettrici che seguono come angeli custodi i runner. Droni ovunque, bisogna riprendere tutto perchè poi questo è quello che fanno i partecipanti. Arrivano a casa e scorrono i siti in cerca di una loro immagine.
Forse sfigati nel beccare il giorno della LUT, forse fortunati nel vedere una faccia dell’oggi.
Ogni tappa ha un programma di massima che oltre ai chilometri da fare in sella, prevede una serie di incontri lungo il percorso. In questa prima tappa raggiungeremo l’associazione mountain wilderness a Rocca Pietore, per una serata di approfondimento sulla tempesta VAIA che ha sconvolto i boschi del triveneto a fine ottobre 2018. 
Vaia sarà un filo conduttore per le tappe alpine e prealpine.

Enrico ha qualche problema con il cambio, forse sistemando la bici nel bagagliaio si è piegato il forcellino, fattostà che il cambio gracchia e non riesce a lavorare come dovrebbe. In qualche modo saliamo alla Forcella Lavaredo e da lì partiamo per la prima discesa. Enrico decide di scendere a Cortina in cerca di assistenza tecnica accompagnato dalla moglie.
​​​​​​​Solo, sono per la prima volta solo, dopo tanto tantissimo tempo. Mi godo questa solitudine scendendo dal rifugio, fino a Misurina e poi su per il passo Tre Croci. 
Ritrovo Enrico e con un pò di calma sistemo il cambio. Ora funziona.
Colazione e via su per il Falzarego per poi scendere verso Rocca Pietore.
Prime ore della mattina. Prime prove libere lungo i tornanti del Falzarego. Prendo il mio ritmo, lento, forse troppo, ma è quello che posso permettermi ora alla prima salita di questi 6 giorni. Enrico accelera e lo rivedrò in cima.
La sua fotografia è contemplativa, cerca le condizioni di luce giusta, quella che permette di ottenere i contrasti voluti. La mia vuole essere una fotografia di testimonianza, di archivio. 

Salgo godendomi la pedalata lenta e non mi curo del solito fastidio alla schiena che mi compare sempre nella prima salita. Devo stringere un pò i denti e continuare a pedalare senza strafare. Non chiedetemi se il cielo era terso, le pareti stupende, il silenzio paradisiaco; non chiedetemelo! Passo Falzarego è sinonimo di VROOM! Di motori che stridono, di gas che mi intossicano fuori da ogni curva, di accelerazioni assurde lungo un passo dolomitico dove dovrebbe regnare il silenzio ed il rispetto. D’altra parte ogni punto di ristoro, accoglie con cartelloni di benvenuto i BIKERS! (quelli a motore).

Arrivo al passo pronto per un coca. 
Passo Falzarego, crocevia di innumerevoli tappe dolomitiche del Giro d’Italia. L’ultima volta fu proprio al giro del centenario vinto dalla farfalla di Maastricht. La sensazione di leggerezza e di velocità che i professionisti sanno regalare durante quelle interminabili salite è spesso per noi amatori, motivo per salire in sella e provare a ricreare nella nostra mente quelle emozioni. 
Nuovamente in discesa verso Caprile e Rocca Pietore.

All'improvviso si apre lo scenario di devastazione lasciato dalla tempesta VAIA che ha colpito pesantemente la zona nella serata del 29 ottobre 2018. Interi versanti stravolti con tonnellate di alberi schiantati al suolo. Nessuno è stato rimosso, se non quelli di intralcio alla circolazione automobilistica e quelli più facilmente raggiungibili. Gli scenari sotto il Col di Lana sono desolanti, rimango senza parole e provo a cercare un pò di silenzio per osservare quanto accaduto quella sera di fine ottobre che ha così pesantemente segnato il territorio che sto cercando e che voglio conoscere, capire.
VROOM!
Versanti appiattiti, profili resi schizofrenici dalle singolarità degli alberi reduci dalla tempesta.
Un paese che a distanza di più di otto mesi, mostra ancora le cicatrici dell’alluvione che ha devastato i Serrai di Sottoguda e invaso strade e case di detriti.
Ho avuto la fortuna di partecipare ad una serata interessante dove giovani hanno parlato del loro rapporto con la natura ed esperti silvicoltori, hanno ammesso errori nella gestione boschiva che ha portato ad amplificare gli effetti della tempesta.
Punto di ripartenza per una gestione più attenta, questo è il post VAIA.
Ripartenza.
lo scenario che ci accoglie scendendo dal passo Falzarego
Mountain Wilderness incontra Rocca Pietore.
Gli amici del Pedale Veneziano sono arrivati fino a Rocca Pietore per incontrare in sindaco in vista della loro prossima avventura con Ride With US.
Veneto b side #1
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Veneto b side #1

Viaggio alla scoperta del Veneto 6 tappe in bicicletta per scoprire luoghi e persone
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