NUDITA'
Dal libro "Triologia Sporca dell'Avana" di Pedro Juan Gutierrez
Non cercavo niente e non trovavo niente. Non potevo quindi dimostrare di essere una persona pragmatica e utile alla società. Facevo come i bambini, che cacano e poi giocano con la cacca, la annusano, se la mangiano e si divertono, fino a quando arriva la mamma che li tira fuori dalla cacca, li lava, li profuma e spiega loro che certe cose non si fanno. Tutto qui. Non m'interessavano il decorativo, il bello, il delicato, il delizioso. È per questo che ho sempre dubitato del talento di una scultrice che per qualche tempo è stata mia moglie. Nelle sue opere c'era troppa pace perché fossero buone. L'arte è utile solo se è irriverente, tormentata, carica di angoscia e disperazione. Solo un'arte risentita, indecente, violenta, volgare può mostrarci l'altra faccia della realtà, quella che non vediamo mai o che, per evitare fastidi alla nostra coscienza, preferiamo non vedere. Ecco. Altro che pace e tranquillità. Chi dorme sonni tranquilli è troppo vicino a Dio per essere un artista.

Quando sono uscito dall’ascensore (o quando mi hanno tirato fuori dall’ascensore) sono rimasto imprigionato in me stesso. E sono rimasto imprigionato per molti anni. Chiuso in me stesso, sgretolandomi dentro. [...] Insomma, ero ridotto così, oppresso dalla claustrofobia, angosciato. Spacciato come uno scarafaggio. È camminavo molto, dappertutto. In giro. Non facevo che scappare.

Si eccitava quando tornavo sudato, sporco, con la barba incolta. Si eccitava ad avere accanto un maschio selvaggio, con luccello dritto ventiquattro ore su ventiquattro. La eccitava il solo pensiero di essere la mia femmina, e che io la proteggessi dalle brame degli altri maschi. Si vestiva in modo provocante, sottolineando al massimo la sua femminilità, mettendo in mostra l’ombelico, lasciando intravedere i capezzoli. Le piaceva che gli uomini le dicessero oscenità', che poi mi ripeteva all’orecchio mentre facevamo l’amore. Una cosa che eccitava anche me. In quei momenti mi chiedeva di picchiarla. Le piaceva essere presa a schiaffi. Appena riceveva due ceffoni in faccia veniva subito.
Ero zuppo di pioggia. Ma non m’importava. Mi sentivo bene così bagnato, in mezzo al vento e alla tormenta.

Ma quel giorno mi sentivo di non avere abbastanza ordine dentro di me. Non potevo scrivere. Continuavo a rigirarmi nella mente la stessa frase: amo le cicatrici, non le ferite. Perché ripetevo sempre la stessa cosa, come un paranoico? Amo le cicatrici, non le ferite.
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