BERGAMO II - SCAMOZZI
BERGAMO E VINCENZO SCAMOZZI. DUE PROGETTI DI PALAZZO
Gianluca Gelmini
Progetto di Ricerca PHD IUAV
anno 2004


Una città reale contrapposta a idee e progetti rimasti sulla carta, riletti attraverso un rapporto radicato nell’esperienza del costruire quello tra l’ordine di una regola generale ed astratta e la singolarità dei luoghi, con tutte le condizioni che il contesto naturale impone.
Gli oggetti reali, il palazzo, la città, sono visti come esito del conflitto tra la natura dei meccanismi compositivi, il carattere del sito, il rapporto con l’intorno.
Di Scamozzi sono approfonditi due progetti di palazzo. Palazzo Nuovo, rappresentazione monumentale dell’edificio pubblico, composto secondo le regole di simmetria dell’unità classica, e Palazzo Fino, residenza privata dove le regole trovano le loro variazioni e dove luogo e preesistenze dettano le condizioni. Progetti ideali, secondo alcuni, in una lettura alternativa, architetture attentamente calibrate sul tema e sul sito. Opere emblematiche come il progetto filaretiano per il Duomo, non solo per la loro incompiutezza meravigliosi frammenti, ma un riferimento importante per l’idea di città che ancora esprimono. Essi forse rappresentano gli unici veri tentativi nella storia urbana, di interpretare Bergamo in senso moderno, attraverso un’idea d’architettura che è anche un’idea di città.
Palazzo Nuovo
Quando Scamozzi arriva a Bergamo, Palazzo Nuovo è già in costruzione dal 1600 sulla scorta di un progetto elaborato nel 1594 da Andrea Vannone che, per diversi motivi di natura tecnica e funzionale, non era più ritenuto praticabile dalla committenza. La mancanza di documenti attendibili in grado di chiarire il progetto iniziale del Vannone, rende difficile un confronto con quello predisposto, successivamente, da Scamozzi, e di conseguenza poter valutare diversità e corrispondenze tra le due architetture. Scamozzi interviene in un momento della fabbrica in cui il programma funzionale e l’articolazione degli spazi sono già stati ampiamente delineati.
Il palazzo era destinato ad accogliere e rappresentare la nuova sede del governo della città. Un progetto ambizioso, partecipe di quel ridisegno dei luoghi pubblici che, iniziato a metà del XV secolo, aveva dotato Bergamo Alta di due nuove piazze: al centro della città la platea nova, sede rappresentativa delle istituzioni pubbliche, costruita in continuità con lo spazio dell’antico Foro romano; ai margini occidentali la Piazza del Lino luogo di mercato e scambio, ricavato nel vuoto tra la Cittadella viscontea e i limiti interni del tessuto edilizio.
Su queste due nuove centralità urbane, simili per forma e dimensione, e riunite dall’asse viario della Corsarola (l’antico decumano massimo), si andranno progressivamente a consolidare le principali emergenze monumentali della città moderna.
Scamozzi propone l’idea di un palazzo in forma d’isolato, largo 40 metri e lungo 58, essenzialmente diviso in due parti, tra loro giustapposte: un corpo principale, più alto, prospettante sulla piazza, e uno più basso, retrostante, organizzato attorno ad un cortile loggiato che affaccia sul declivio.
Del progetto originario, è stato in parte realizzato solo il corpo su piazza, esclusa la facciata in stile, frutto di un intervento novecentesco dall’architetto Pirovano. L’edificio, costruito a più riprese tra il 1611 e il 1704, subirà non poche modifiche e ridimensionamenti rispetto all’idea scamozziana.
Nonostante la sua incompiutezza, la fabbrica di Palazzo Nuovo ha cambiato profondamente il volto di Città Alta. La nuova misura imposta da Scamozzi muta i rapporti di scala, introducendo un’architettura monumentale, connotata da una forte individualità, in un paesaggio urbano che, mutilato nelle sue parti dalla costruzione della fortezza veneziana, vedeva compromesso il ruolo privilegiato nel sistema delle centralità cittadine.
Palazzo Nuovo può essere interpretato come il tentativo di fornire una sorta di “matrice insediativa” in grado di risolvere, secondo precise regole compositive una rinnovata forma urbana. L’impianto monumentale rientra pienamente nell’idea scamozziana del palazzo pubblico. L’importanza e la rappresentatività dell’edificio sono celebrate dal rigore simmetrico delle parti.
Oltre ai quattro disegni autografi, non rimangono descrizioni autografe che possano aiutare a chiarire le scelte di progetto. Nei libri pubblicati del trattato, Palazzo Nuovo è citato solo brevemente nelle righe introduttive a Palazzo Fino, di esso Scamozzi se ne sarebbe occupato nel quinto capitolo del Libro IV, interamente dedicato al tema delle fabbriche pubbliche, purtroppo rimasto incompiuto.
Ciò nonostante, rimangono altre fonti come quella dei libri della fabbrica. Da questi si deduce come “l’intervento scamozziano fu condotto con somma chiarezza e puntualità in ogni dettaglio tecnico ed estetico. Estremamente rigorosa risulta l’analisi critica dell’originario progetto vannoniano del palazzo (progetto del quale mantiene, su richiesta dei deputati alla fabbrica, l’ordine inferiore della facciata perché già in costruzione) e altrettanto rigorose e particolareggiate le spiegazioni fornite a chiarimento dei suoi disegni. La maestria dimostrata dall’architetto e la celerità dei tempi di lavoro incontrano la piena soddisfazione dei deputati alla fabbrica”, che approvano i disegni ritenendoli “ben accomodati alli servitij e bisogni della Città. Perfetti et compiti, et che renderanno molto ornamento alla Città”.
Sovrapponendo la pianta di Scamozzi al rilievo dello stato attuale, è possibile costatare la precisa corrispondenza tra le dimensioni del progetto e quelle dell’isolato attuale, definito a sud da Piazza Vecchia, ad ovest e a nord da Via Rivola e infine ad est da vicolo Aquila Nera.
Si tratta di un sito disposto lungo il decumano massimo della città dove la forte pendenza del terreno fu risolta, già in età romana, con ampie platee digradanti.
Alla fine del XVI secolo, quando la comunità cittadina decise la costruzione dell’edificio, la platea più bassa, era occupata da case d’abitazione e laboratori artigianali, mentre sulla platea più alta, affacciata sullo spazio pubblico, insisteva il complesso di San Michele dell’Arco, il Regio, la Loggia e altre case con botteghe. Una situazione proprietaria complessa, soprattutto per la presenza dell’antica chiesa, che inciderà profondamente sul destino della fabbrica scamozziana.
Considerato nell’interezza del suo impianto, l’edificio, visto dall’esterno delle mura, avrebbe cambiato radicalmente la percezione del fronte urbano settentrionale, segnalando con la mole emergente e compatta il retrostante complesso monumentale di Piazza Vecchia.
Dall’interno della città il fronte, costruito sulla regola degli ordini classici, si contrappone alle forme gotico-rinascimentali del Palazzo della Ragione.
L’unità d’insieme della composizione è garantita da un asse di simmetria principale che rappresenta l’ideale percorso d’attraversamento longitudinale dall’ingresso sulla piazza, con una successione di portico, atrio e cortile che rispetta i canoni della classicità e della simmetria bilaterale.
Il progetto di Scamozzi rappresenta un’importante lezione interpretativa sul tema del palazzo pubblico indagato nella sua matrice classica, fortemente permeata da quella cultura archeologica facilmente rintracciabile in altre opere dell’architetto vicentino. Evidenti, nella concezione della pianta, i riferimenti alle architetture palladiane per Palazzo Trissino a Vicenza e per il complesso veneziano della Carità. Una variazione sul tipo, derivante dalla casa degli antichi, ampiamente studiata dallo Scamozzi e ricorrente nelle invenzioni presenti all’interno del suo trattato, come Palazzo Strozzi a Firenze, del 1602, di poco anteriore a Palazzo Nuovo, in cui l’irregolarità del lotto rende ancora più evidente la sequenza simmetrica tra atrio, cortile porticato e ali laterali. 
L’articolazione interna del corpo principale su piazza presenta una tripartizione planimetrica che trova rispondenze anche nella sezione e nell’impaginato dei fronti esterni. La porzione centrale, dedicata alle funzioni più rappresentative del palazzo si compone unicamente di due grandi vani sovrapposti, a doppia altezza: a piano terra l’atrio d’ingresso, colonnato e coperto da volte a crociera, al piano nobile la Sala del Maggior Consiglio, pensata con una copertura piana in legno, successivamente mutata in una volta leggera.
Le porzioni laterali, tra loro speculari, presentano per ognuno dei quattro piani una suddivisione in sei vani costituiti da sale, archivi, locali di servizio e scale secondarie, funzionali alle necessità più pratiche e operative dell’edificio pubblico.
Le ali retrostanti più basse e disposte in modo simmetrico, affacciano sul cortile porticato. Esse contengono gli scaloni d’onore e altre sei sale di rappresentanza organizzate su tre livelli.
La gerarchia delle parti è governata dalle variazioni dimensionali della griglia generatrice dell’impianto. Ossia, la maggiore larghezza dei moduli, riscontrabile lungo l’asse di simmetria principale così come sugli assi trasversali del cortile e della galleria passante tra corpo alto e ali laterali, individua un doppio incrocio assiale, spostando il centro della composizione all’interno del cortile, che diviene il vero fulcro dell’impianto. Analogo discorso riguarda la diversità del modulo usato per le due parti. Forse una scelta dettata dalla necessità di far convivere elementi derivanti dall’originario progetto vannoniano con la nuova idea.
Altro aspetto riguarda l’uso delle proporzioni nella definizione di spazi e relazioni tra le parti. Nella pianta e nell’alzato sono rilevabili ripetizioni scalari della proporzione riconducibile al rapporto armonico, nel rettangolo che contiene il palazzo, in quelli che individuano il cortile e l’atrio d’ingresso e, infine, nella tripartizione in alzato del corpo alto.
Per quanto riguarda i percorsi, questi sono organizzati rispettando la simmetria imposta dall’asse principale, nella rigida sequenza di due sistemi a T. Il primo, formato dal loggiato sulla piazza con il vano dell’atrio, il secondo, dalla galleria trasversale passante con il cortile. Figure ricorrenti in altre architetture scamozziane e soprattutto, come si vedrà più avanti, presenti anche in Palazzo Fino, anche se con logiche e modalità differenti.
Palazzo Fino
Rispetto a Palazzo Nuovo, della “Fabbrica Fino” rimane memoria scritta all’interno del trattato, con una puntuale descrizione, accompagnata dal disegno della pianta e del fronte principale, inclusa nel capitolo dedicato ai palazzi privati.
Palazzo Fino è una residenza privata destinata ad una tra le famiglie patrizie più importanti della città. Un progetto non realizzato, ubicato, come Palazzo Nuovo, in un punto particolare del tessuto, apparentemente estraneo alla trama regolare del tracciato ortogonale. Il sito è stato identificato dagli storici con il sedime occupato da un edificio settecentesco posto a meridione dell’attuale via Colleoni, in prossimità dell’incrocio tra via Salvecchio e via San Salvatore. Esso rappresenta l’esempio concreto di come la regola astratta possa deformarsi senza perdere la sua ragione, in quanto la variazione del canone introduce ulteriore valenza alla composizione dell’insieme.
Scamozzi parla di questo progetto in termini di esemplarità e coerenza rispetto agli assunti generali dell’idea del palazzo e di come parallelamente l’edificio risponda alle necessità imposte dal sito e dalla committenza. Nella descrizione egli ripercorre tutti quegli aspetti, dall’orientamento rispetto agli assi cardinali alle scelte formali, che qualificano la sua invenzione e la rendono confrontabile con altre architetture. Il grado d’astrazione del disegno rispetto alle condizioni reali del luogo non pregiudica la lettura della pianta, intesa nella sua complessità oltre che nei rapporti con gli edifici esistenti.
Il progetto rappresenta il riassetto di una fascia di bordo dell’isolato, un sito già ampiamente costruito del quale Scamozzi fornisce le dimensioni complessive (93 piedi x 188 piedi). Si trattava di un’aggiunta ad un sistema già in essere, come afferma lo stesso Scamozzi, di una pianta “nuova” che si affianca ad una “fabrica vecchia”. Il lotto era caratterizzato da differenti profondità verso l’interno dell’isolato, oltre che da significativi dislivelli lungo via Salvecchio. Aspetti di una certa rilevanza per il progetto, che probabilmente hanno inciso sulle scelte operate nell’impostazione generale dell’impianto, come la decisione di sfruttare lo scarto altimetrico lungo l’affaccio principale per ricavare, sotto e davanti la corte minore, dei locali di servizio direttamente comunicanti con la via.
Così come la posizione d’angolo, rispetto all’isolato, determina la netta contrapposizione tra il corpo a L degli ambienti residenziali, disposto lungo il doppio affaccio contiguo sulle vie, e il corpo a L dei percorsi, articolato sull’angolo interno.
Nonostante la complessità delle condizioni al contorno, l’invenzione scamozziana è costruita e risolta all’interno di una forma semplice e compatta: un rettangolo con proporzione 1/2, lungo all’incirca 52 m e largo la metà.
La proporzione ad quadratum rappresenta l’unità modulare della griglia di riferimento, la chiave di lettura dei rapporti dimensionali tra i vani e le parti.
I pezzi usati nella composizione non variano rispetto al caso precedente di Palazzo Nuovo, sono sempre quattro, costituiti dal sistema atrio-salone, dal cortile porticato, dall’infilata di sale e dai vani scala. Tra questi, anche la gerarchia non sembra mutare nella sostanza, cortile e atrio-salone continuano ad essere i fulcri principali dell’impianto attorno ai quali sono disposti gli ambienti della residenza.
Tuttavia, rispetto al progetto per Palazzo Nuovo, in questo caso Scamozzi propone un’articolazione più complessa delle parti e delle assialità che governano l’insieme. Alla simmetria “bilaterale” di matrice classica se ne contrappone una di tipo “ponderale”, decisamente anomala rispetto alla norma, basata sulla moltiplicazione degli assi principali e, conseguentemente, delle centralità. In Palazzo Fino è possibile osservare uno sdoppiamento dell’asse centrale di riferimento, annunciato in facciata dagli ingressi gemini. L’asse unico, che in Palazzo Nuovo regola l’ordinata e rigida sequenza simmetrica esistente tra galleria, atrio e cortile porticato, si scompone in un doppio sistema di assi incrociati apparentemente indipendenti. Il primo incrocio individua il centro del cortile maggiore, il secondo il centro dell’atrio-salone.
La raffinata soluzione planimetrica esce dalla regola e si propone a molteplici interpretazioni. Scamozzi, pur partendo dalla fissità della griglia quadrata, inventa un palazzo moderno, risolto all’interno di un recinto d’ambienti, contenente i vuoti dei cortili e l’emergenza dell’atrio-salone che, frapposto tra questi, assurge a vero perno della composizione. Quest’ultimo, costituito da un unico grande vano a tutt’altezza, si mostra nella sua eccezionalità grazie all’emergere della copertura sul fronte esterno. L’evidente eccentricità, rispetto all’impianto generale, enfatizza il punto di snodo e di collegamento tra il nuovo edificio e la fabbrica preesistente, rendendo ancora più forte la sua duplice natura di edificio autonomo definito in ogni parte e contemporaneamente tassello edilizio di un complesso più vasto.
La modernità di Palazzo Fino trova un’ulteriore conferma nell’attenzione dedicatagli, negli ultimi anni, non solo da storici ma anche e soprattutto da architetti, come Eisenman e Moneo che ne danno letture diverse e in alcuni passaggi contrapposte.
Peter Eisenman parla della Fabbrica Fino come di un progetto appartenente ad una categoria “extra-compositiva” che preannuncia la poetica decostruttivista delle avanguardie storiche, un’uniformità in cui rimangono sempre differenze. “Se nel Palladio c’è un’organizzazione dei volumi simile a quello delle perle disposte su di un invisibile filo, (in Scamozzi) la pianta è (composta da) una serie di frammenti simili a gioielli congelati nel movimento e nel tempo, che l’istante successivo scattano verso una qualche condizione egualmente instabile o incongrua”. In tale contesto “le simmetrie sono solo parziali”, gli spazi “diventano positivi e volumetrici, mentre i muri sono i margini dei volumi piuttosto che i contenitori”. 
Rafael Moneo, contrappone, all’interpretazione decostruttivista di Eisenman, una lettura più ancorata alla tradizione storica e al rapporto con il luogo. In quest’ambito il progetto di Scamozzi rappresenta, secondo Moneo, una delle più alte espressioni del delicato legame tra combinazione delle parti e compattezza del tutto. Secondo Moneo “Scamozzi mostra come una forma regolare è in grado di essere scomposta in una serie di figure delimitate da muri e patii, finestre e scale, sale e camere, riempiendo con ammirevole contiguità e continuità lo spazio, rispondendo, da una parte, alla ragione urbana, dall’altra a un mondo interiore autonomo”.
Entrambe le riflessioni, seguendo modalità differenti, riconoscono nel progetto scamozziano, una soluzione architettonica che, pur uscendo dai normali schemi compositivi, rimane coerente con l’idea classica del palazzo.
Il tipo, in questo caso, non è concepito come un meccanismo di riproduzione fedele dell’originale, bensì, in modo più astratto e concettuale, come struttura formale aperta, dotata di molteplici sviluppi, sensibile alla singolarità del luogo e dell’occasione.
Contrariamente a quanto avanzato dagli storici, la pianta di Palazzo Fino non è dunque da intendere come uno schema ideale lontano dalla realtà. Il suo significato è più sfuggente. La sua comprensione difficilmente riconducibile ad una norma. Essa è più un intreccio tra l’esperienza concreta del fare e del costruire luoghi e l’universo astratto dell’idea architettonica.
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Bergamo Alta e Vincenzo Scamozzi Due progetti di Palazzo
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