• Add to Collection
  • About

    About

    why looking for subjects when you have friends
    Published:
Alexia
Alexia “Stanga Seduta” Marianix è l’ultima discendente Apache della tribù Sioux Sichangu ( o Cosce Bruciate ovvero Brulé https://it.wikipedia.org/wiki/Brul%C3%A9 ) salvatasi dall’estinzione grazie all’applicazione della protezione 50+ fin dai primi giorni dell’estate, insegnamento prezioso di suo nonno Fuoco nelle Cosce, che le ripeteva ogni giorno: “Meglio d’orata con pazienza, che ustionata di violenza”. Acerrima nemica degli appartenenti alla tribù Sta’Chippewa (https://it.wikipedia.org/wiki/Ojibway ) che la esiliarono dalle sue terre natie, si ripromise di vendicare la sua gente con un cruento genocidio. Fu così che iniziò la sua carriera di cantautrice Country-Music. Per anni si esercitò giorno dopo giorno nella foresta delle sequoie secolari, circondata dagli animali deceduti a causa dei suoi acuti perforanti, affinando la sua arte fonomicida, pianificando un tour con tappe in ogni villaggio dei Sta’Chippewa. Proprio durante questi vocalismi riuscì un giorno a salvare Bertolowsky, circondato dai lupi giganti del Minnesota, disperso dopo un atterraggio di fortuna. Ma questa è un’altra vicenda.
Stanga Seduta scalò la MTV TOP 20 in un lampo, tutti i radioamatori rimasero colpiti da come il sangue sgorgava dai loro padiglioni auricolari e la critica (che sopravvisse) la osannò. Il discografico più famoso dell’epoca, “Soppopo Uncoyote” perse letteralmente la testa ( nel senso letterale del termine ) a causa sua, giusto poco dopo averle lasciato tutto in eredità. Con ben $29.99 Alexia potè comprare il suo Pussy Wagon ed iniziare il suo tour omicida. Potete acquistare i biglietti su ticketone, prima tappa Sunshine Theatre - Albuquerque, Albuquerque, NM.
Se vi presentate come appartenenti agli Sta’Chippewa entrate gratis. Portate i tappi.
Anna
Anna “mascherina” Smockingcocks, classe 1895, merdoriana di nascita, si trasferì a Londra all’età di trediciotto anni, per seguire suo padre, famigerato spazzacamino del Sassex.
Il suo futuro furiginoso le regalò un’invidiata carriera nell’arte della mimica, grazie alla quale riusciva a far scomparire il suo corpo anche alla luce del giorno, sotto gli occhi di tutti.
Questa sua capacità non passò inosservata agli occhi di Robin Hood, famoso volpotto dell’epoca, che la convinse ad entrare nella sua ciurma ed insieme salparono sulla nave del Capitano Achab, per rubare balene al ricco mare e donarle a poveri giapponesi.
Tutti ricordano la sua più famosa frase, che pronunciò proprio in occasione di questo scatto che la ritrae nella sua arte mimica: “ARRRGH!”
Antonello
Antonello “Sex Machine” Sessa è un interior designer danese dal cuore di burro che conosco ormai da Maggio 2014, giorno in cui fu chiamato dalla società per cui lavoro col fine di ristrutturare l’ufficio. Specializzato in arredamento Shabby Chic ecosostenibile e biodegradabile per case di bambole di pezza, si sentì all’altezza del progetto e ne sfidò tutte le problematiche. L’altezza appunto. Abituato a realizzare con le sue manine certosine sedioline di appena 2cm, decise che non fu lui a doversi ridimensionare, ma noi. Dovevamo espandere i nostri confini fino a farli diventare piccoli. Ma piccoli piccoli. Il giorno più bello fu ovviamente quello della presentazione del progetto finale. La curiosità nostra e dei capi dell’azienda si poteva percepire mentre fuoriusciva da ogni poro della pelle. Forse solo le aspettative potevano essere ancora più dense. Abituato a lavorare con le manine certosine, non presentò nessun progetto in 3D, nessun render photoshoppato con gli omini che sembrano delle ombre, ma mostrò quello che sarebbe stato l’ufficio in tutto il suo splendore: un modellino interamente realizzato in scala in tutto i suoi dettagli, dai tessuti delle tende, alle mattonelle del bagno, ai tastini piccolini dei mini mini Mac, alle piantine di muschio nei bagni, fino alle lucine a led fatte con quelle degli addobbi natalizi. Un fantastico modellino scrupolosamente dettagliato. Tutto era perfetto. Tutto, tranne un microscopico dettaglio: il modellino era scala 1:1 ( un piccolo estratto http://cache.gawkerassets.com/assets/images/4/2010/01/clearview-doll-house-1_ujb1d_65.jpg ).
Ovviamente tutti risero. Poi bevvero. E risero ancora. Antonello non capiva. Mesi passati chino sul modellino, saltando pasti, trattenendo la sete, la pipì e perfino la cacca.
Notte spese a lume di candela ricurvo sui minuziosi dettagli e ora tutti ridevano?
Ridevano di cosa? Cosa non gli piaceva, la tappezzeria? I colori delle scrivanie? I tastini piccolini piccolini dei mini mini Mac non erano abbastanza leggibili? Eppure chiunque con due stuzzicadenti sarebbe riuscito ad inviare una mail. Allora Antonello, tra le risa isteriche di tutti, prese il modellino, lo strinse forte a sé e fuggì via, sotto la pioggia grondante tipica dei porti danesi.
Quello fu l’ultimo giorno in cui lo vidi. Però lo seguo su Linkedin, e proprio ieri è diventato COO dell’ufficio che costruì con le sue manine certosine. 
Bebo
Alberto “Bebo” Romani nasce a Milano, da genitori milanesi, nonni milanesi, adottati da trisavoli milanesi con pedigree milanese, nel lontano 1913. Ma nessuno capirà la sua prima parola.
Dopo anni di attesa, grande fu la delusione dei suoi genitori che non poterono udire una “mamma” o un “papà”, rimpiazzati invece da un’onomatopea di cui non fui mai decifrato il senso. Un suono che poteva risultare come una mescolanza disarmonica tra il vociare di Chewbecca, l’urlo di Tarzan, la risposta di Cita, lo stridio del gesso sulla lavagna, i conati di un gatto che rigurgita il bolo di pelo, un t-rex in calore, un muflone che corre felice dopo aver fatto la cacca, la metro di Milano che frena nella stazione di Lambrate, Basta Rhymes che rappa senza prendere fiato una strofa di 2423535 sillabe, Michael Jackson che canta “Annie are you ok?” e che sembra Anywoky Any Anywoky, un carrozza a vapore, un tubo che gorgoglia, un ufo che atterra, un albero che cade della foresta ma che se nessuno lo sente l’albero cade veramente?
Insomma, i genitori lo esiliarono non riuscendo a capire un’acca di quello che diceva. O meglio emetteva. E fu così che Bebo si imbarcò per le americhe come tanti italiani emigranti dell’epoca.
Sulla nave lavorò in sala macchine come spalatore di carbone, ma soprattutto imparò a suonare il piano così bene che riusciva ad accendere le sigarette con le corde del pianoforte.
Con la musica riusciva a sopperire all’incomprensione generale che generava nella gente, melodie si libravano da quei tasti, ma nessuno riusciva a capacitarsene: voi ce lo vedete Chewbecca suonare un Rachmaninoff come fosse una cosa naturale? Ecco.
E quando finalmente dopo 8 anni la nave arrivò a Portland tutti pensavano che non sarebbe sceso e che avrebbe continuato a vivere su quell’immensa bagnarola. E invece no, lui scese, si guardò intorno, prese fiato ed esclamò: QUWUHAHGRUEGUWGFGEYWWHUWHWHUWHU!!!!!
E risalì a bordo. Poi brevemente: tornò in dietro fino a Londra, 2 anni. Poi Italia, si tolse le adenoidi, i genitori ansiosi di poter capire il loro figlio ormai cresciuto rimasero delusi per la seconda volta. L’operazione risultò inutile e incazzati come dei biscioni lo rispedirono a Londra.
Ora è lì che impara il linguaggio dei segni. Al momento ha finalmente imparato a dire: QUWUHAHGRUEGUWGFGEYWWHUWHWHUWHU!!!!!
Berto
Andrew “Berto” Bertolowsky nasce in uno scantinato di Detroit nel 1997 da genitori filo Gorbačëviani, in fuga da New York. Bertolowsky seguì ben presto le orme del padre “Jena”,
uccidendo un lupo a mani nude alla tenera età di 8 anni, dopo un incidente areo. In quell’occasione, sporco di sangue e con un braccio penzolante conobbe Alexia “Stanga Seduta” Marianix ( giovane Apache di una tribù Sioux ) che lo riportò a Detroit, dove uno scienziato pazzo della OCP gli impiantò un braccio bionico. Ben presto Berto si accorse delle pericolosità della legge della termodinamica applicata all’attrito. Invidioso del nuovo corpo bionico impiantato al poliziotto accanto a lui in ospedale, che aveva il corpo dilaniato da una bomba-carta deflagrata a Napoli, decise di rubare nell’inverno successivo lo scudo di Captain America, ex pilota dell’areo precipitato, per ridare prestigio al nome della sua famiglia. Il diabolico piano, tutt’ora incompiuto, lo ha presto reso famoso in tutta Napoli con il nome di Adam Kadmòn.
Ho scoperto solo pochi anni fa, che la sua lingua presenta la stessa voglia della fronte di Gorbačëv,
frutto di un esperimento genetico, che non gli permette di pronunciare correttamente la lettera R. Motivo per cui dovete fare molta attenzione a non ridergli in faccia quando lui vi si presenterà con AndVew BeVto BeVtolowsky, o anche voi patirete le pene della legge della termodinamica d’inverno.
Cecilia
Cecilia-Eugenia Raffaelli von Kähr fin da piccola ha sempre avuto le idee ben chiare sul suo futuro ed i suoi genitori se ne resero conto quando nel 1920 non appese nella sua cameretta un poster degli affermati Take That, ma ben sì della popstar emergente Adolf Hitler, lanciato sul mercato con il nome di Führer, capace di scalare la vetta della classifica tedesca con il suo singolo Mein Kampf.
Qui un estratto del video dell’epoca: http://i.imgur.com/kUpVtGD.gif
CERK, così la chiamavano affettuosamente i suoi, imparò a memoria il testo di quella canzone e la fece sua, consapevole che un giorno sarebbe stato il suo cavallo di battaglia ai provini di X-Factor.
Quando arrivò quel fatidico giorno, cantò come mai aveva fatto prima, la sua voce echeggiò come quella di un panzer lanciato a tutta birra su un vialetto di ciottoli, il pubblico si gasò e poi gli animi si infiammarono. Da quelle ceneri lei si levò come una Fenice, vinse quell’edizione ( a pieno merito, nonostante fu l’unica partecipante a non essere deportata ), e lancio il suo primo singolo in codice col titolo di ENIGMA. Adolf stesso riconobbe le sua capacità e la scritturò sotto l’etichetta Sturmtruppen Record, ed il suo primo album “NEIN! NEIN! NEIN!” fu per settimane in loop su tutti i grammofoni nazionalsocialisti.
 
Oggi CERK festeggia gli anni ( AUGURIIII!!! ), e per l’occasione esce il suo greatest hits dal titolo: “Alles Gute zum Geburtstag CERK”
Claudia
Claudia “CLAVDA” Palazzini è nata tra il 1975 ed il 1985, al confine tra il Montenegro ed il Kosovo, così al confine che invece di avere la doppia nazionalità, gliele hanno negate entrambe.
Figlia della terra di nessuno crebbe, crebbe coltivando patate cresciute nelle buche che scavava con le mani e bevendo acqua piovana che si raccoglieva nei bossoli dei cannoni della guerra che la circondava. Tutto questo ferro, freddo, buio, terra, carrarmato, lettera e testamento la forgiarono in una lottatrice invincibile con i pugni nelle mani. Tra i 10 ed i 12 anni fu raccolta in strada ed accudita da uno strozzino cinese a cui piaceva scommettere sugli incontri clandestini, incontri in cui lei subito si contraddistinse combattendo a mani aperte. Sì, il suo colpo segreto erano i ceffoni multipli a braccia rotanti, una tecnica in grado di infrangere ogni difesa, compresa quella fin’ora reputata impenetrabile, della catena di Andromeda, ridotta in mille pezzi durante il torneo di Atene tra il 400 a.C. ed il 1999 d.C.
Al momento ClaVda è ricercata dalla CIA con l’accusa di meteogenesi del tifone El Niño,
che pare si sia generato tra il 1997 ed il 1998 durante la finale del torneo clandestino MORTAL HANDS CLAPPING contro Edmond Honda, rendendone tra l’altro impossibile la proclamazione del vincitore.
Claudio
Jean Claude Grandì Jömsbørg è un tatuatore franco-norvegese che incontrai per la prima volta su di una nave per la tratta degli schiavi nel 1881. Entrambe eravamo diretti all’Expo di Milano, e fu così per me un immenso piacere condividere quei mesi di traversata contemplando il suo lavoro.
Il suo stile era unico, JC tatuava solo schiavi abbronzatissimi così che il tatuaggio non fosse visibile all’occhio umano. Tutto questo lasciava un enorme spazio all’immaginazione. Ancora oggi le sue opere sono misteriosissime, molti dubitano della sua arte, ma io fidavo. Secondo me ci sapeva fare. Lui diceva sempre, non è il Nigga esso stesso l’inchiostro del tatuaggio? Why not?! Chi siamo noi per dire il contrario? Durante l’attraversata atlantica mi raccontò come apprese l’arte del tatuaggio nei gulag russi nel periodo della la seconda guerra mondiale. Gulag così bui che solo le talpe potevano camminare senza sbattere sulle pareti, eppure il suo maestro, lì sui 5 picchi, gli insegnò a bruciare il cosmo e a tutare dragoni e bilance usando solo il suono della macchinetta.
Tutti morirono nei gulag e le sue opere fatte la cieca andarono distrutte, ma lui riuscì a salvarsi arrampicandosi lungo le pareti e saltando alla fine su un mattone, in molti ci provarono negli anni, ma tutti fallirono, tranne lui. Nessuno purtroppo ha mai visto quei tatuaggi, ma secondo me erano bellissimi. In America tatuò: JC ( litigarono per il copyright sul nome ), Puff Daddy, Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Malcolm X, Nelson Mandela, Michael Jackson, Kanye West e il negretto delle liquirizie Tabù.
Daniela
Daniela “Friendzonetti” Forzinetti all’asilo disegnava. Alle elementari disegnava. Alle medie disegnava. Al liceo disegnava. Per questo ha conseguitò la maturità a 28 anni. Ma il disegno e la moda erano la sua passione, e lei degli studi se ne fotteva. A scuola si disegnava i vestiti e a casa li confezionava da sola, ci metteva anche tutta la notte, per questo la mattina veniva in classe tutta vestita di carta, nastrini, stelline colorate, e il suo profumo di coccoina impregnava la classe così tanto, che a volte avevamo allucinazioni di gruppo e vedevamo il Gesù appeso al muro scendere dal crocifisso e uscire dalla classe infastidito.
D’estate se la passava alla grande, la carta era fresca e traspirante, ma d’inverno, la vedevamo battere i denti nei suoi maglioni di scotch da pacchi e le scarpe di cartone da imballi completamente fradice. Ma lei non si perdeva d’animo, disegnava e tagliava, tagliava e incollava, incollava e sveniva, ma i fumi tossici della UHU non la fermavano, ogni volta si riprendeva sempre on nuove idee. Oggi vado ancora a trovare Daniela nella sua casa di campagna in Virginia, dove si è ritirata con i suoi 44 gatti dopo il secondo dito perso a causa dei taglietti con la carta, quella fina fina. Friendzy decise che l’ovatta sarebbe stato il solo materiale che avrebbe usato e, da allora, confeziona abiti con batuffoli di cotone 100% bio raccolto solo da negretti e coccoina.
Mami e Prissy l’aiutano tutti i giorni nelle faccende di casa e nel confezionare gli abiti sofficiotti.
Oggi la sua linea di vestiti morbidosi, la “Gone with the Wind” è in causa con Wind Infostrada per il logo, ma tutti sanno che lei non si farà abattare da questa diatriba, perché come dice sempre lei “Domani è un altro giorno!”.
Davide Brivio
Davide “Milluminodimmenso” Brivio è un pescatore, che fa il light designer.
Non che le due cose c’entrino qualcosa, ma credo sia più corretto dire che è un pescatore che fa il light designer e non viceversa. Perché secondo me, il pescatore lo farebbe anche di mestiere se potesse. Ma al momento fa il light designer, magari in futuro, chissà, ma non ora. Ora il light designer. Ma non light nel senso di leggero, non perché sia pesante, ma la luce è già senza grassi, quindi non potendoglieli togliere, non c’è la versione light. Light nel senso di luce appunto.
Ma non fa il light designer come tutti gli altri, lui disegna punti luce che non fanno luce. Detto così sembra una cazzata, ma provateci voi a fare un punto luce che non fa luce. Cioè il tuo capo viene da te e ti chiede: “Fammi un punto luce che non fa luce”. E tu giustamente dici, se è un punto luce, la luce la fa. Appunto. Vedi che non è una cazzata! Ma lui, lui sì, ci riesce. Si mette lì, foglio e matita, matita rigorosamente in carbonio come le canne da pesca, e butta giù due calcoli di fisica quantistica, così come io butto giù la pasta, quando faccio la Gricia. La Gricia si fa col guanciale, non con la pancetta. Una curvatura spaziotemporale al cubo, un etto e mezzo di bosone, una spolverata di antigravitone a massa infinita, mescoli il tutto con moto perpetuo ed il gioco è fatto.
Io me magno la Gricia, e lui ha realizzato un punto luce con una lampada da 1.21 gigawatt la cui emissione luminosa viene fagocitata da un buco nero anulare che la circonda. Et voilà, il punto luce non emette luce. No ragazzi, una bomba, accendi tutte le luci in casa, consumi tanto che fai collassare il nucleo della centrale di Chernobyl ( nell’86 Davide ha accesso tutte le luci di casa insieme allo scaldabagno ) e casa resta perfettamente buia. Oh ma proprio buia.
Così buia che prima bestemmi per la bolletta che arriva direttamente in cirillico e poi smadonni per il mignolo del piede che si frattura contro lo spigolo del comodino che non hai visto.
E non lo hai visto no, è buio. Buio buio.
Erica
Erica “Hyper Hypo” Palazzini nasce nel 1892 dentro e nel 1992 fuori, oggi. Un po’ come il Giappone che si trova a fronteggiare questo distonico rapporto tra samurai e Otaku, la vecchina che è in lei mette ogni sera la dentiera nel bicchiere, mentre la ragazza che è fuori, nel bicchiere ci mette il vodka sour. Vi lascio immaginare quanto possa incazzarsi la nonnina interiore, quando la mattina seguente rimette la dentiera (se siete troppo stanchi per immaginare http://static.flickr.com/50/112457435_96ca2e637c.jpg?v=0 ). Sono due i momenti in cui potete scoprire la vera Erica però, quella che non è né vecchia dentro né pischella outside: all’alba e al tramonto. Un po’ come Ladyhawke, un po’ come nei libri di Luk'janenko, questi due istanti rivelano la sua vera natura. Un po’ perché io la mattina dormo, un po’ perché al tramonto finisco di lavorare, ho avuto il piacere di incontrare Erica nella sua fase di transizione mentre il dottorino FJP stava espletando le sue funzioni corporee percosso dall’indomita lottatrice ClaVda, il tutto assistito da Scrocchia di Nazareth che pacioso assisteva alle scena moltiplicando della birra artigianale non filtrata, ambrata, pastorizzata poco, con un retrogusto di more e un bouquet che ricorda padre Pio quando fa le comparsate. Capite voi che ovviamente me so’ distratto, e ho visto solo la vecchina che metteva la dentiera nel vodka sour, e la pischella che già rideva immaginando la scena del mattino seguente.
Fabio
Fabio “Bontempone” Bontempi quando lo conobbi a Caracas nel 1967, pensavo stupidamente fosse l’inventore della pianola che io avevo da bambino, pianola palesemente costruita dagli omossessuali coi baffetti neri che mangiavano i bambini, e che oggi vogliono la stepchild adoption ( foto di repertorio https://i.imgur.com/kUpVtGD.gif ). Di questo ne sono sicuro, altrimenti perché come canzone demo dovresti mettere “Wake me up before you go go” degli Wham! https://youtu.be/pIgZ7gMze7A ( appena parte non riesco a non fischiettare e cantare in falsetto ), sapendo benissimo che un bambino la sentirà infinite volte, sperando un giorno di poterla suonare così come la suonerebbe il maestro Vessicchio a San Remo?! Ovviamente mi sbagliavo. Fabio non faceva parte di questo gay-complotto-rama, Fabio era IL Bontempi cacciatore senza scrupoli di cuccioli di animali cucciolosi, che rivendeva agli impagliatori del sud America, che a loro volta li svuotavano, li tinteggiavano e li riempivano di ceneri grezze animali come quelle che si trovano nel cibo per cani e gatti ( http://goo.gl/Q3oT2G ). Ovviamente Bontempone non sapeva tutto ciò, lui era convinto che i cuccioli venissero usati per la serie tv Orsetti del Cuore (  https://www.youtube.com/watch?v=EtYZPKKpXq0 ), quella vecchia però, perché quella nuova è solo un remake riuscito molto male, un po’ come Dracula di Coppola, che altro non è che il remake di Nosferatu di Murnau, solo con più colori, più fregna e più Keanu Reeves. Proprio come gli Orsetti 2 insomma. Poteva essere come L’ombra del Vampiro, e invece no, è stato come gli Orsetti 2. Anche a Fabio Dracula non è piaciuto granché. Me lo ripeteva sempre mentre ordinava succo di mirtillo al bar, pensando che fosse sangue di porcellino d’India.
Federica
Federica Matteucci in arte Telespalla SpongeBob, per gli amici Pupazza Gnappa, da bambina lottava tutti i giorni. Se non nasci a Roma non puoi capire quanto i bambini romani possano essere crudeli e colpirti dritti dritti lì dove fa più male. Lei è di New Orleans e infatti non lo capiva. Il chierichetto della parrocchia di Tor Pignattara una domenica la perculò durante la Prefazio sul prepuzio del precipizio dell’altare urlandole addosso “Sursum Gnappa!” Alchè lei s’alzò, gli tagliò il dito mignolo della mano destra con un’ostia e, fissandolo negli occhi, iniziò a sgranocchiarlo come fosse una Fonzies. Quando sei bambino ti viene perdonata ogni cosa, l’accaduto passò come un incidente, perché i bambini ficcano sempre le mani in posti strani, e ben presto tutto finì del dimenticatoio. Tutto tranne la sua incontrollata fame di dita. Come il vento d’autunno miete le foglie d’orate dai rami degli alberi, Gnappa mieteva mignoli, anulari, medi, indici, ma soprattutto pollici dalle mani dei bambini. Specialmente i pollici dei cuccioli di panda. Vedere un batuffolo di pelo senza il pollice opponibile, incapace di afferrare i fuscelli di bamboo, le donava un brivido lungo la spina dorsale che solo solo i pollici di Fonzie erano riusciti a darle. Per questo nel 1985 la serie Happy Days venne improvvisamente interrotta, Ricky Cunningham terrorizzato cambiò la sua identità in Ron Howard, perse i capelli, i denti, diventò bruttissimo, e sposò Potsie.
Non avete notato nell’ultimo decennio una diminuzione impressionante di autostoppisti?
Se ci tenete ai vostri pollicioni, tenetevi stretti i vostri Like!
Giulia
Adriaaannaaaa! Urlava Rocky alla fine dell’ultimo round, ma solo perché non si era mai scontrato contro Giulia “South African Pitbull Terrier” Smeagol, che al terzo round gli avrebbe strappato anche le corde vocali senza tanti complimenti, e addio Adriaaannaaaa! La prima volta che vidi Giulia fu durante un incontro a Bloemfotein nel 1973. Chiamarlo incontro di Boxe non sarebbe corretto, il suo avversario era un energumeno nero sui 100kg che sbuffava fumo dalle narici, alto quasi il doppio di lei e che faceva ballonzolare i pettorali a tempo di musica ( estratto  https://media.giphy.com/media/zrcH6qNGE4rG8/giphy.gif ). Giulia invece se ne stava all’angolo, ferma e calma come l’acqua della diga del Vajont ad accarezzare il suo gatto bianco come lo zucchero filato di nome Barbe a papà ( regalo di una vecchia amica colombiana ), ma quando la campana suonò, lei non sentì rintocco, ma il crack della diga che l’arginava.
A quel suono il Mr. Muscolo black edition si lanciò contro di lei sbuffando e urlando, e fu in quel momento che vidi sguardo di lei cambiare. Nelle sue pupille vidi tutti i gironi dell’inferno con tutte le anime urlanti dilaniante dalle perpetue torture, e in fondo al baratro, Lucifero, bello come il Sole, con i pantaloni di vigogna, ma lui no, non aveva sbagliato giorno.
Mi cacai addosso, fu un attimo.
Posò il gatto e la bestia di Satana iniziò a farsi il bidet nella classica posizione yoga http://i.imgur.com/BZrYo.jpg e l’esito dell’incontro mi fu subito chiaro. Non feci in tempo a girarmi verso l’allibratore più vicino che un naso color carbonella e sanguinolento CIAF!, mi schiaffeggiò la guancia, e commisi l’errore di girarmi verso il quadrato della macellazione definitiva:
brandelli di budella, arti dilaniati, occhi ( 3?! ), una testa impalata in un angolo e litri di denso sangue ricoprivano letteralmente il ring e l’arbitro per intero, tremolante come un piatto di gelatina sparato a 230km/h sull’autostrada (https://media.giphy.com/media/zakJ7aX4RRGH6/giphy.gif), mentre Giulia, che non sembrava nemmeno essersi mossa, e senza neanche una goccia di sangue addosso, sedeva placida sul suo sgabello accarezzando il suo Barbe a papà. Le riconsegnai il naso mancante, mi guardò dubbiosa e lo porse al gatto sussurrando: “Smell like a man, man!”. E si fece una grossa risata.
All’epoca, si sa, in Sudafrica non avevano pietà per gli uomini di colore.
Guido
Guido Akhmed Gallò nacque nel 1901 nella Repubblica del Djibouti, in un paesino così piccolo da non essere segnato sulle mappe, da madre francese e padre afar, dinamitardo suicida, che morì quando lui era ancora in fasce, a causa di una detonazione precoce.
Guido si portò dietro la passione del padre nella sua professione di archeologo. Detonazioni accurate gli permisero di portare alla luce reperti che altrimenti avrebbero richiesto anni di scavi.
Giusto il naso esploso della Sfinge di Giza è una piccola macchia indelebile sulla sua carriera, anche se voglio dire, un naso dai!
Gallò ed io ci incontrammo mentre eravamo entrambi impegnati a studiare lo Scarabeo egizio, a me piacciono gli insetti, lui era ricurvo sui geroglifici. Rimasi affascinato da come quei simboli per me incomprensibili potevano essere combinati per formare parole e frasi di senso compiuto, lui che era un esperto dei codici consentiti riusciva ad ogni turno ad accumulare un punteggio altissimo, accoppiando parole su due linee adiacenti con trick da vero professionista.
Gli piaceva pescare le lettere dal sacchetto di lino e scoprire i tasselli come fossero carte da poker, ma nulla gli dava più gioia di collezionare gli scarabei scambiandoli con le lettere in suo possesso, generando l’invida degli altri giocatori. Memorabile fu la partita dove Bertolowsky e von Khar si inginocchiarono dinnanzi alla sua abilità scaraboide, match in cui si narra Bertolowsky fece saltare in aria la stele da gioco con un pugno, innescando un ordigno. Da allora persi i contatti con Gallò, ma a me piace pensare che lui sia ancora lì, nella narice della Sfinge con i suoi bacarozzetti nel sacchetto di lino.
Emanuele
Emanuele Bezzecchi nasce in una notte del 1988 in uno dei vicoli brulicanti di Marrakech, città che non dorme mai, da madre irlandese e padre italo-americano, entrambe appassionati di rap italiano, in fila per il concerto dell’emergente Fabio Bartolo Rizzo, che però non avrebbe mai cantato lì quella sera, trovandosi in realtà al campetto dietro la parrocchia di Agliate fraz. di Carate Brianza a sfondarsi di canne. Dopo le 12 inutili ore di fila, Emanuele veniva concepito tra le urla dei mercanti di oro, incenso e hashish, quello buono però, bello morbido che non si secca, ma che neanche appiccica, cremoso al punto giusto, che sa quasi di cappuccino.
Ma se lo paghi più di 12€ al grammo te stanno a fregà ed Emanuele lo sa bene, per questo ora fa il macellaio. Ma non il macellaio macellaio, quello dove compri il petto di pollo, i wurstel, le bistecche, l’abbacchietto e le salsicce insomma, ma il macellaio che cionca ‘na mano se je dai ‘na fregatura. Rispettato dai locali come “Satwr Aljazar” ( Er Mannaia ) è ormai il paladino dei poveri acquirenti di hashis, difendendoli a mannaia tratta dalle angherie degli spacciatori disonesti.
L’amico che ci fece conoscere, un franco-norvegese che tatuava solo marocchini scuri scuri, fu personalmente privilegiato della sua difesa in una di queste occasioni ed ogni volta che ci incontriamo per un “tea”, non fanno che raccontarmi di quando Er Mannaia affettò con un sol colpo una mano, un piede, un orecchio, una mela, un limone, un’anguria, quattro arance, un melone più un casco di banane più un ananasso più un avocado più un melograno più due ciliegie più quattro fragole e una noce de cocco ( che se te la magni è mejo ) totalizzando un punteggio di 14.345.989 con un unbelivable blitz +30! Senza mai, e dico mai, prendere una bomba. Al momento Manny è su FB il mio amico col punteggio più alto!
Lorenzo
Lorenzo “Lollo” Scaletta da sempre è stato un altruista. E anche un igienista. Uno di quelli al limite con l’ipocondria, scrupoloso, meticoloso, uno di quelli che pulisce le linee tra le mattonelle con lo spazzolino. Ma anche amante degli animali, tutti, incondizionatamente. Decise quindi di unire questi suoi pregi e farne lo scopo della sua vita: “lotterò contro lo sporco che affligge gli animali”. Fin da piccolo si dedicava alla pulizia delle povere bestiole, ricordo quando lucidava i coleotteri con la cera da carrozzeria, e tentava di togliere le righe nere dalle api con l’acetone per lo smalto delle unghie, senza non pochi bubboni su tutto il corpo. Credo che i fumi dell’acetone facessero incazzare le api a morte. Ma lui non si dava per vinto! Me lo ricordi negli anni ’90 armato di spazzolino e Colgate Total White con microgranuli intento a spazzolare gli incisivi delle nutrie giganti a villa Pamphili. Lo conobbi una domenica di primavera, io portavo il pane secco ai toponi gentili del laghetto, che su due zampe sgranocchiavano le pagnottelle, lui le rincorreva vestito da dentista con spazzolino Oral B trubocentrifugante a batteria agli ioni di litio radioattivo. Numerosi furono i convegni dove presentava prodotti per smacchiare leopardi, lucida labrador ( non è mia e infatti è la più bella di tutte ), candeggianti per orsi polari, e detersivi che preservano il nero per le pantere.
Al momento in Africa sta sviluppando una macchina ad energia solare che supera i 100Km/h per smacchiare i ghepardi in corsa. Che io sappia è lì lì per completare il prototipo.
Nel tempo libero riassetta i formicai e intreccia nidi per gli uccellini con fibre atossiche per debellare gli acari della polvere. La sua azienda, la Cleaver Beaver ( claim: http://www.dumpaday.com/wp-content/uploads/2014/05/a-clean-beaver-is-a-happy-beaver.jpg )
fattura 600 miliardi di dollari l’anno e continua a brevettare:
Aspira macchie per Mucche           
Arriccia coda per Camaleonti
Srotola coda per Maiali
Selle impermeabili per cavallucci marini
Tagliaunghie per delfini
Palette raccogli cacca per gli stercorari
Sapone di Marsiglia per orsetti lavatori
Bite per il bruxismo dei Pirana
Stivaletti antipioggia per millepiedi
Topexan per Dalmata
Crema solare per pesci rossi
E molto altro ancora…
Lorenzo
Lorenzo “Amelio” Ameli è il fondatore di Amsterdam Potatos. Avete presente i chioschi ormai disseminati per la città dove vi servono patate fritte calde e croccanti condite con una moltitudine di salse diversamente abili originarie dei più disparati paesi del globo di cui vanno tutti ghiotti, grandi e piccini, belli e brutti, etero e omo, estro e intro, fronte e retro, cougar e toyboy?!
Ecco, siete totalmente fuori strada. Anche se è proprio durante una fila per acquistare una porzione di queste patate che l’ho conosciuto, Amelio non coltiva e non vende patate: lui le colleziona le patate. Estimatore, filantropo, filologo, lasciatemi dire patatologo, Amelio è meglio di un sommelier, meglio di un cane da tartufo, meglio di un’aquila che avvista la sua preda da kilometri di distanza, meglio di Maradona quando sente la coca nell’aria, lui è meglio. Ameglio.
Dopo aver vissuto decenni in una grotta, immerso nel fango, al gelo, nella totale oscurità, cibandosi solo di esseri striscianti, è riemerso come un nuovo essere, in grado di sentire il profumo di patata da miglia e miglia di distanza, meglio di come uno squalo bianco percepisce una goccia di sangue della sua preda terrorizzata. Quella grotta fu per lui un secondo utero che lo partorì per la seconda volta. Lo partorì naso. Ma che dico naso, mucosa olfattiva. Molti furono affascinati dal suo prodigioso talento, e cercarono di sfruttarlo facendogli confezionare fragranze alla patata, ma nessuno riusciva veramente a cogliere l’anima, le sfumature del suo operato. Nel 1952 divenne amico di un certo Hugh Hefner, che un anno dopo volle derubarlo del suo talento provando miseramente a costruire un impero di patate, non riuscendo però a interpretare quello che Amelio ricercava, ovvero non la quantità, ma la qualità, quella che possiamo definire LA Patata. La sua ricerca lo portò a quella fila, fila in via Torino dove io lo conobbi, finita la quale lo persi di vista nella folla senza mai più rivederlo, così come accade con le patate incredibili. Ancora oggi ricordo il sapore di quelle patate fritte, croccanti fuori e morbide dentro, che Amelio mi lasciò pagate alla cassa prima di svanire come il profumo inconfondibile di tubero.
Mamma
Francesca “Mamma” Ugolini è una divinità ellenica dell’età Olimpica, non nel senso che faceva l’atleta, ma nel senso che aveva ereditato un bilocale nel condominio “Residence dell’Olimpo” da nonno Zeus. 55mq, 7° cielo con doppia esposizione, salone con angolo cottura, 2 balconi vista colonne d’Ercole e bagno con rubinetteria Efesto, famoso interior designer dell’epoca, tutto classe energetica A++. Mamma era una brava condomina, una di quella che porta a spasso e raccoglie i bisogni del piccolo Kraken e che a San Valentino prepara i biscotti con Eros, per poi offrirli durante le riunioni di condominio. Riunioni di condominio appunto, motivo per cui quando ero ancora piccolo ci trasferimmo a Roma. Insomma non era di certo l’Olimpo, ma almeno in via Giacinto de Vecchi Pieralice (non me la sono inventata, mettetevi nei panni di un bambino che ogni volta doveva rispondere alla domanda “dove abiti?”) si stava tranquilli. Insomma, durante le riunioni di condominio si scatenava un Caos che non se ne poteva più. Tutti erano incazzati coi propri vicini. I Titani passavano nottate in bianco, perché Ade ascoltava nel seminterrato solo Heavy Metal a palla col suo 5.1 della Bose e Cerbero non faceva altro che abbaiare tutto il tempo. Afrodite smignotteggiava 24h, clienti che entravano e che uscivano manco fossimo in un bordello in stile Melrose Place. Dioniso faceva festini Erasmus un giorno si e l’altro pure, credendo che un’incisione sul cancello “scusate la lira ad alto volume, stasera suonano le Baccanti” lo esonerasse da ogni onere verso le regole di condominio. Ermes, che stava sempre lì a fare il t-rex sui millesimi per le bollette della luce del condominio, accusava Apollo di consumare più di tutti con le sue lampade abbronzanti, ma lui di contro se ne strafotteva e continuava a idolatrare il suo mito Carlo Conti e a regalare palle di pelle di pollo a suo figlio, che puzzavano abbestia. Zio Poseidone continuava a non voler mettere la sua parte per la fossa biologica, asserendo che le acque nere non erano mica gli abissi. Era, con la puzza sotto al naso, si lamentava dei gay che partecipavano ai festini di Ermes e minacciava di abbracciare il Family Day, mentre Atena era l’unica che provava, inutilmente, a far ragionare tutti. Era anche l’unica che accarezzava Kraken quando la incontravamo in ascensore e che gli regalava sempre un biscottino al gusto cristiano. Per questo mi stava un sacco simpatica. Come al solito la riunione non portava a niente di buono e terminava sempre con nonno Zeus che tornava dalla partitella a bocce con le palle di Chronos in mano, stufo di non poter mai celebrare la sua vittoria in modo degno meriterebbe un Dio del suo rango e iniziando a scagliare saette a destra e a manca. L’ultima volta per ‘sta cazzata siamo stati 2 giorni senza corrente elettrica e c’era una puzza de tritone che saliva dall’acquario di Poseidone che non vi dico. Capite bene che Mamma, dea della maternità e della benevolenza, s’era fracassata i cosiddetti de sta situazione.
Al momento non so che fine abbia fatto il bilocale, perché poi quando sei ragazzino non ti va mai di andare alla casa in montagna o al mare coi tuoi, ma vorresti restare in città con gli amici a giocare a Golden Axe col Super Nes. Ma’, ma il bilo vista colonne ancora ce l’abbiamo?
Marco
Marco “Spinterogeno” Colella, italo-americano classe ’90, per questo anche soprannominato la Paura, ingegnere biomeccanico specializzato in fluidi corporali dinamici, è ormai più famoso per il suo ruolo di Signore Oscuro del mondo del porno, che in quello dell’industria missilistica per la quale ha lavorato per anni in URSS sotto lo pseudonimo di IVAN DRAKOMALFOY.
Modello d’ispirazione per Rocco Siffredi, Mike Angelo, Oliver Strelly, Johnny Sins, Pippo, Pluto e Topolino, è stato per anni l’amante segreto di Jenna Jameson, da cui ha avuto un figlio, il quale sentitosi sempre in soggezione dinnanzi alla mastodontica figura paterna, ha deciso di ribellarsi e fondare il Ku Klux Klan, setta rinomata per il proprio odio verso le mazze nere della felicità.
Il secondogenito, dotato si spadone laser, lo potete vedere ora sul grande schermo in Star Wars VII, ma non possiamo dirvi chi sia, per motivi di copyright.
Spinty, al contrario di quello che comunica il suo sguardo, è un uomo dolce e tenero, che va d’accordo con tutti e che si presta alla scienza aiutando il dottorino di Chicago nella sua lotta contro il mordo “penis mancatio”.
Luca
Ho conosciuto Luca “Gaggiolotto” Carsenzuola nella Casa.
Non La Casa di Sam Raimi del 1981 dove lui nacque, ma la Casa del Grande Fratello, più precisamente del 2000, durante la prima edizione. In quei lunghi 99 giorni ho avuto il piacere e l’onore di passare con Luca degli splendidi momenti. Tutti i giorni iniziavamo più o meno alle 10 di mattina, senza sapere quando quelle interminabili giornate sarebbero finite.
Io mi occupavo delle luci, più precisamente di accenderle e spegnerle a caso, per spaventare i concorrenti. Luca delle sedute. Alle 10 in punto lui era già pronto, indossava la sua fodera, il suo catetere, e si sedeva sul telaio del divano della sala principale per diventarne l’imbottitura.
Interminabili ore seduto per far sedere. Il suo compito principale era quello di trasmettere delle sensazioni corporali “scomode” ai concorrenti della casa, per non dar loro l’occasione di rilassarsi, in modo che il gioco non fosse mai noioso. Insomma, ruttava quando uno si sedeva così da affibbiargliene la colpa, mollava delle loffe incredibili quando quella caruccia della casa si accomodava sul divano per vedere le reazioni dei maschi che le ronzavano attorno, accoglieva con erezioni granitiche il malcapitato del momento.
Era un duro lavoro il suo. Mangiava centrifugati tutti i giorni, suggendoli da una cannuccia che passava per il bracciolo del divano. Ricordo anche quel giorno quando, per fargli uno scherzo, gli sostituimmo il catetere con il tubicino del cibo, e quando se ne accorse cominciò a piangere, ma senza né lamentarsi né alzarsi, perché lui comunque era un vero professionista.
Quella in fondo era la sua pensione, il suo ultimo canto del cigno al termine della sua folgorante carriera. Ricordo ancora l’apice del suo successo, quando interpretò con una immedesimazione magistrale il sedile di Kit in Supercar, facendo credere ad intere generazione che l’auto fosse veramente in grado di autopilotarsi. Grazie Luca per averci fatto sognare. Non lo dimenticheremo mai! Ti voglio ricordare così: https://youtu.be/O2naYzub0I0?t=2m45s
Marija
Marija Žalimaitė “Maracujà” per gli amici, classe 1985 e colombiana DOC, è una famosa trafficante di cocaina su stecco, che il cartello smercia col nome di “barbe à papa”.
Il narcotraffico è sempre stata la sua passione, ricordo che alle elementari portava collanine fatte di foglie di coca e che alle medie faceva scherzi spassosissimi scambiando la coca con lo zucchero a velo sui dolci che portava in classe e tutti i ragazzini impazzivano per 12 ore consecutive trasformandosi in una bolgia inarrestabile per la gioia di professoresse e genitori.
Non a caso la nostra squadra di basket era la più forte del campionato giovanile, correvamo tutti come dei ghepardi incazzati e schiacciavamo manco fossimo LeBron James.
Ogni tanto per rendere la partita più emozionante segnavamo punti anche al nostro canestro, così giusto per tenere il punteggio testa a testa, per la gioia di allenatore e tifosi.
Maracujà è sempre stata all’avanguardia, già nel 1994 non usava DDT e fertilizzanti chimici, rivendendo il suo prodotto come biologico, ecosostenibile ed adatto ai bambini.
Uno dei giorni più belli per me fu quando, in visita alla sua serra segreta di riserva (https://goo.gl/maps/2WM5WLMgxrM2 ), si potevano ammirare le coccinelle utilizzate per la lotta biologica totalmente strafatte, perché mangiavano gli afidi che si nutrivano della linfa delle piante di coca. Volavano all’impazzata, sbattendo sui vetri della serra senza sosta, e più afidi mangiavano e più ne volvano, fantastico. Marija le coccolava come fossero dei cucciolotti di pastore tedesco.
Poche volte ho avuto l’occasione di ammirare una tale rispetto per la natura e per la vita in una sola persona. La prossima volta che prendete dello “zucchero filato” ricordatevi di Maracujà!
Monica D’Emidio
Monica “LAROSSA” D’Emidio altri non è che la figlia del famigerato Barone Rosso.
Nata e cresciuta in aereo, mentre il papà sparava a tutto e tutti, lei cresceva sul sedile posteriore di un triplano rosso fiammante. Lo stesso rosso che poi è stato da personaggi illustri come Enzo Ferrai, Valentino e Simona Ventura. Rosso di sera, bel tempo di spera, spera spera che poi s’avvera, ma presto Monica capì che il rosso non è un colore versatile, come in quel tardo pomeriggio in cui al tramonto si trovò vestita di un rosso da gala durante la corsa dei tori di Pamplona. Correndo perse la scarpetta, il toro la trovò, una sera gliela portò insieme ad un mazzo di fiori, e la freccia di Cupido fece scoccare l’amore. Vissero felici contenti e con Minotauro.
Gli insegnati ogni semestre ripetevano “il bambino è intelligente, ma non si applica”.
Beh ma fallo stare tu a studiare tutto il giorno un bambino di 190kg che ha la passione per i labirinti. Tienilo fermo tu, lui che vorrebbe solo correre a trovare l’uscita, lui che vorrebbe solo fare l’usciere, lui che sta a casa solo quando su Italia Uno fanno la replica di Labyrinth con David Bowie. Quindi, siccome il Rosso relativo senza macchia d’amore non è, Rosso, amore che non posso, morale della storia, compra un gatto giallo e attenta al Minotauro.
Nadir
Nadir “Nadri” Carmellaus è un classe ’86 che fin dalla tenera età di 4 anni giocava in borsa.
La borsa del cucito della nonna. Ci si raggomitolava dentro solo perché c’entrava. Fautore del motto “Sit if you fit”, diventò presto titolare della squadra Poltrone&Sofà nel campionato juniores “Seditori d’avantgarde”. Interminabili ore seduto sul divano, ma lui no, lui non mollava mai, non si alzava nemmeno quando la disidratazione gli provocava le allucinazioni, nemmeno quando il carretto passava e quell'uomo gridava gelati, nemmeno quando al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti a comprar Geox. Io glielo dicevo, le Geox no, di tante marche per giovani, le Geox no. Allora lui comprò le Hogan, solo per farmi un torto. E fuggì correndo via. Ma correndo malissimo. Le Hogan non gli permettevano un’andatura umana, e il suo correre appariva più come il galoppo di un basilisco colpito da artrosi fulminante http://i.imgur.com/0yJnyVT.gif
Ma Nadri ancora corre, nessuno sa verso dove, ma non è il viaggio stesso il viaggio?
Olli
Oliviero “Oliver / Olli / One Probust Man /小紅魚” Piccoli nacque a Khanbalik nel 1254 d.C. presso la corte del grande Kublai Khan, da William MacDougal (http://vignette2.wikia.nocookie.net/simpsons/images/c/c3/William_MacDougal.png/revision/latest?cb=20120320200953&path-prefix=it ) e madre trentina. Allevato con soli ravioli al vapore e canederli crebbe forte presso la corte del grande Khan. Fin dall’età di 4 anni il Khan lo fece addestrare dal monaco guerriero Cento Occhi nell’arte del Kung Fuzz. Ardui furono gli allenamenti a cui 小紅魚 venne sottoposto: togliere e mettere la cera, due volte al giorno, su tutto il corpo del Khan, ridipingere tutta la muraglia cinese e acchiappare le mosche con le bacchette. Imperterrito lucidò, dipinse e debellò ogni mosca cavallina dell’impero del Kublai Khan. Potente la forza in lui era, perse tutti i capelli e la sua forza non conosceva rivali. Tutto filava a gonfie vele, la muraglia era ora intonacata, le mosche tutte bacchettate e il Khan lucidato come una palla da bowling, quando un giorno gli astri si allinearono a casaccio ed il Karma gli voltò le spalle. Alla corte dell’imperatore mongolo venne accolto un giovane italiano, moribondo giunse insieme al padre e allo zio attraverso la via della seta. Marco si chiamava costui, e trasportava con se un cibo mai visto prima: la pizza margherita. E fu così che con un solo morso, i succulenti ravioli al vapore ed i delicati canederli con lo SHPEK persero ogni significato. Anni ed anni buttati ad ingurgitare cibo insulso. Senza pensarci sellò il suo pony mongolo e partì alla volta dell’Italia, verso la sua ragione di vita. E fu così che non fece più ritorno a Khanbalik, si persero le sue tracce e tutte le cameriere cinesi versarono tristi lacrime ( le vendite dei ravioli crollarono drasticamente). La leggenda vuole che Napoli sia ora la sua dimora, e che nonostante abbia raggiunto l’obesità da lievito, Oliviero Piccoli continui a lottare contro il suo acerrimo nemico Claudio Grandi.
Red
Fabio “Dottorino” John Purgatori, classe 1969, è un affermato ginecologo del Chicago Saint Deep Vulv Hospital, dove ogni giorno prende sotto la sua ala protettrice decine di donne affette dalla sindrome del “penis mancatio” di cui lui è un convito divulgatore astrologo.
Numerose sono le sue pubblicazioni sulla rivista scientifica Astra, che lui stesso fondò nel ’77, con l’aiuto delle game delle donne.
Il suo supporto psico-fisico lo rende un impavido eroe, che diritto si erge paladino della Phregna, dandosi in tutto e per tutto. Fino all’ultimo colpo.
Purtroppo questa frenetica attività lo ha costretto all’uso di stupefacenti per via endorettale,
che ha generato in lui quella che viene chiamata Desaturazione Rosciatica:
i suoi toni sono più quelli di una volta, vividi come una carota appena colta, ma orma sembra una mutanda lavata a 60°, ignobilmente stinta.
Riccardo
Riccardo di Nazareth, classe 0 d.C., da sempre si è contraddistinto per la sua voglia di imparare “a fare cose”, il suo motto è sempre stato “Imparo! Imparo! Imparo!”.
Iniziò come falegname, per poi diventare pescatore, oratore, predicatore, avvocato difensore.
Gli amici lo chiamavano anche Marcellino pane et vino, per la sua abitudine a fare scherzetti,
moltiplicando bocce e pagnotte, che portarono all’inflazione dei prodotti, provocando un periodo di morti bianche tra fornai e vignaroli, per fortuna i cuochi di sushi  lo fermarono in tempo e le azioni del pesce non subì lo stesso tracollo nel mercato internazionale della Fiera dell’Est.
Nell 33 si candidò alle elezioni per il ruolo di DIO IN TERRA, cui unico avversario era Bacco,
boss mafioso a capo del contrabbando di alcool di bassa qualità.
Riccardo vinse, e Bacco si pentì, sputtanando tutto l’olimpo.
Si scoprì solo più tardi, che Riccardo intraprese un mercato illecito di acolici, senza dichiarare tutte le moltiplicazioni fatte in nero. Ad oggi le autorità non sono ancora riuscite a quantificare i volumi di questo traffico illecito. Si pensa che il Papa sia coinvolto. 
Seba
Don Sebastiano “Bono” Boni è un figlio del Signore. Ma anche un fotomodello gay. Ma andiamo con calma. Conobbi Don Bono al mio battesimo, predicava e schizzava acqua santa come se non pagasse lui la bolletta dell’Acea ( e in effetti era così, ma non potevo mica saperlo ). Fai un salto, fanne un altro, croce su, croce giù, dai un bacio a chi vuoi tu, era la sua filastrocca preferita che intonava di continuo durante il catechismo. Rimproverava sempre le bambine “Troppo succinte! Il Signore vi osserva con il suo occhio di fuoco dalla torre di Mordor! Siate più caste!” Ai marmocchietti invece esclamava sempre “Fate i bravi, o vi infliggerò il mio castigo!”.
Non ho mai afferrato il senso di quella frase, lasciai il catechismo dopo 2 ore.
Ma come tutte le messe che terminano con eeee…..AMEN! Andate in pace, Don Bono in pace ci andava la sera, quando Armani, Valentino, ma soprattutto Jacobean Mugatu lo reclamavano come icona frocia per le loro sfilate retrospettive. Più retro che spettive. Anche se Don Bono ha sempre preferito definirle “retrò”, ma in senso positivo.
Ma badate bene, Don Bono non è cattivo, solo si sà, le vie del Signore sono infinite, e lui ha solo confuso i sensi di marcia.
Silvia
Silvia “Dell’Amore della Morte” Stakanokovich è un ex spia del KGB.
Dico ex, perché dopo aver prestato il suo nome all’orrendo film basato sul fumetto di Dylan Dog,
si infuriò e sposò Rupert Everett per vendicarsi dello sceneggiatore russo e venne accusata per traffici illeciti di informazioni sulle armi biologiche delle truppe mercenarie slovene che si nascondevano in un’ex centrale nucleare sugli Urali.
Per metà lupa cecoslovacca, per un quarto vedova nera e per un quarto mutante, venne partorita ed allevata dai lupi della steppa siberiana, che le insegnarono come riportare i bastoni anche con la neve alta senza lasciare impronte. Di tanto in tanto fa perdere le sue tracce, ricomparendo sempre sotto mentite spoglie, abile nel crearsi nuove identità, al momento sembra sia stata avvistata nel mondo dell’alta moda, sotto l’alias di Miranda Kørr.
Simone Avanzini
Simone “El Dilaniator” è un ispanico di La Gomera, cresciuto sulla spiaggia a temperatura costante, tra ombrelloni e lettini, accarezzato dalla brezza ricca di iodio, cullato dal suono del mare.
La spuma delle onde che si infrangono sugli scogli deliziava il passare del tempo, fino a quel nefasto 21 Giugno in cui il sole picchiò fortissimo e l’estate boreale cadde a peso morto sulla testa del piccolo Avanzini. Un colpo di Sole così forte non era mai stato diagnosticato prima. Solo una protezione color puffo 50+ avrebbe potuto salvarlo, ma Simone era un temerario fin da piccolo, e il rituale della spalmatura non faceva parte delle sue abitudini. Trascorse 15 anni in coma, durante i quali solo un amico gli fu accanto senza sosta, senza mai assentarsi, sena mai lasciarlo solo un’istante: il suo inseparabile peluche l’Orso Ciro. Peccato che Ciro forse difettoso, lo stesso sole che aveva steso Simone, aveva fuso il fusibile di Ciro, ma lo aveva anche reso energeticamente inesauribile, e l’orsetto non faceva che ripetere “WE WE WE AHAHAHAHAH”: https://www.youtube.com/watch?v=RCydrTnwPnM.
Simone per 15 anni, nel sonno del coma, non sentì altro che la voce in loop di Ciro. Giorno e notte, notte e giorno. Ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.
Il 21 Giugno del 15° anno Simone sgranò gli occhi all’improvviso, ulrò ROOOOARRRRRR, si girò, vide Ciro che per la miliardesima volta pronunciò simpaticamente “WE WE WE AHAHAHAH” e fu in quel momento che le lacrime sgorgarono senza controllo, afferrò l’orsetto e lo dilaniò a morsi mentre Ciro rideva senza sosta. Il cadavere di Ciro esalò l’ultima risata sparso in terra, mentre l’ormai EL DINALIATOR sputacchiava imbottitura ptù ptù coff coff. Ho incontrato Simone al reparto peluche di Toys R Us di Bari Casamassima con questa faccia: http://www.brownnoiseunit.com/wp-content/uploads/2006/04/OldBoy-15-years-wallpaper.jpg
Mentre scrivo è ancora lì.
Valentina
Valentina “Da Boss” Balzano classe 1990 fu mia compagna di classe, per un solo anno, in quinta elementare. Mentre io ero in seconda media, lei si diplomava al liceo con 110 cum laude in economia e commercio portando a termine un MBA a New York con tesi dal titolo “The New Financial Global Crisis, cause money are all mine.” Quando i professori si alzarono in piedi per applaudirla, lei, da Marchesa di Canterbury che è, ripose altisonante: “Perché io sono io, e voi nun sete un cazzo”. Il fatto che l’asilo, la scuola elementare, il liceo, l’università e New York fossero di suo padre, non influì minimamente ne sulla sua carriera, ne sul suo ego, sempre al suo fianco, tranne quando volavano, su due Jet personali, così da non stare stretti. Lei ed Eggy, sono ancora oggi amici inseparabili, e nel 2012 acquisirono tutte le piantagioni di lentiggini del mondo, motivo per cui il dottorino di Chiacago, rimase desaturato e smacchiato.
Il 4 Ottobre regalò ad Eggy per il suo onomastico ( ebbene sì, pagò il Papa per far santificare Eggy e modificare il calendario gregoriano eliminando l’inutile San Francesco ) tutte le azioni dell’azienda automobilistica di Torino, facendo detonare per i festeggiamenti tutte le linee di montaggio della Panda: un sentimento di odi et amo esplode nel cuore del “Pandino” che ancora appende foto del BOSS nella sua cameretta.
Ad oggi Eggy è l’unico santo vivente riconosciuto, candidato come prossimo Papa, per il quale molto probabilmente vedremo una fumata rosa dovuta ad un rogo di Orsetti del cuore.
Guido
Guido Akhmed Gallò nacque nel 1901 nella Repubblica del Djibouti, in un paesino così piccolo da non essere segnato sulle mappe, da madre francese e padre afar, dinamitardo suicida, che morì quando lui era ancora in fasce, a causa di una detonazione precoce.
Guido si portò dietro la passione del padre nella sua professione di archeologo. Detonazioni accurate gli permisero di portare alla luce reperti che altrimenti avrebbero richiesto anni di scavi.
Giusto il naso esploso della Sfinge di Giza è una piccola macchia indelebile sulla sua carriera, anche se voglio dire, un naso dai!
Gallò ed io ci incontrammo mentre eravamo entrambi impegnati a studiare lo Scarabeo egizio, a me piacciono gli insetti, lui era ricurvo sui geroglifici. Rimasi affascinato da come quei simboli per me incomprensibili potevano essere combinati per formare parole e frasi di senso compiuto, lui che era un esperto dei codici consentiti riusciva ad ogni turno ad accumulare un punteggio altissimo, accoppiando parole su due linee adiacenti con trick da vero professionista.
Gli piaceva pescare le lettere dal sacchetto di lino e scoprire i tasselli come fossero carte da poker, ma nulla gli dava più gioia di collezionare gli scarabei scambiandoli con le lettere in suo possesso, generando l’invida degli altri giocatori. Memorabile fu la partita dove Bertolowsky e von Khar si inginocchiarono dinnanzi alla sua abilità scaraboide, match in cui si narra Bertolowsky fece saltare in aria la stele da gioco con un pugno, innescando un ordigno. Da allora persi i contatti con Gallò, ma a me piace pensare che lui sia ancora lì, nella narice della Sfinge con i suoi bacarozzetti nel sacchetto di lino.
Valentina
Valentina “Sista / Valü / Va-Lentina / Bottanal /” Bottani è una spietata coltivatrice di bananine pigmee della Papua Nuova Guinea. Hai mai visto quelle banine piccoline piccoline, morbide morbide e dolci dolci, che trovi nel supermercato dentro delle mini confezioncine?! Ecco le produce lei. Sin dal 2001 il WWF, l’UNICEF, l’ONU, la Peta e la Pota, sono sulle sue tracce, perché non solo sfrutta piccoli e indifesi alberelli di bananine, ma schiavizza una specie protetta di mini scimmiette coccolose, le uniche in grado di arrampicarsi sugli alberelli di 20cm e raccogliere con le loro delicate manine le piccole bananine senza rovinarle ( scimmiette: http://media.boreme.com/post_media/2005/mini-monkey-3.jpg ) e soprattutto senza usarle come dildo, come facevano le orangutan teenager (https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/6d/c1/12/6dc112253d0b981dd7d0b8e01212a3f7.jpg ).
Temuta e rispettata come un animale mitologico, controlla il suo basso impero giallo e dolcioso nascosta nella boscaglia, dove raramente viene avvistata. Riesce abilmente a mimetizzarsi tra gli alberelli di bananine senza dover stare seduta, risultando praticamente invisibile ai radar che non riescono a rilevare la sua nanosità. Solo una volta, durante una spedizione nella torrida giungla, riuscii a farmi offrire un tiramisù alle bananine, e mai potrò dimenticare quel momenti in cui, mentre si vantava di averlo fatto con le sue manine e tagliava delicatamente ogni fettina a forma fallica, mi fissò con il suo occhio e mi urlò addosso ”No mangia! BANANAL! ”.
E andai via a gambe larghe, mentre lei mi guardava da lontano: http://gloimg.gearbest.com/gb/2014/201404/goods-img/1398361851087-P-1656439.jpg
Vaz
Divorziato e con due figli piccoli, ex marito di Christina Gallagher, conobbi Vaz Christopher Auschwitzimato ( dettoo Da Tongue, ma non ho mai saputo il perché ) in Pennsylvania, nel lontano 1973, quando si candidò in politica per aiutare la sua gente, in particolare molti dei suoi amici e conoscenti, che lavoravano al Center of Disease Control di Altanta. Eletto deputato al Congresso nel 69° Distretto, Tongue si lascia corrompere dal prestigioso incarico ed inizia a condurre uno stile di vita tutt'altro che irreprensibile: tofu sintetizzato in laboratorio e frequentazioni con mitocondre russe d’importazione mal si conciliano con il ruolo politico e lo rendono inaffidabile agli occhi dei suoi colleghi. Nel 1986 dopo aver fatto esplodere la centrale nucleare di Černobyl' premendo per sbaglio il tasto “autodistruzione” distrattamente letto per “automasturbazione” venne esiliato ad Hell’s Kitchen. Ma Vaz non si perse d’animo e da subito mise in chiaro il suo ruolo, facendo, giorno dopo giorno, sgambetti ad un bambino cieco che crebbe frustrato. Ma anche incazzato come il demonio. Al momento Tongue è il braccio destro di Gordon Ramsay, meglio conosciuto nel quartiere come Kingpin, un grassone che bestemmia dalla mattina alla sera, ma che fa un filetto alla Wellington della Madonna.
Viviana
Viana “Vivianen” Lembo, nasce nel XX secolo a Santiago di Compostela dove una badante, ex paleontologa, la crebbe fin dall’età del Cambriano medio. Era felice in mezzo ai modellini di t-rex e ai biberon a forma di brontosauro, ma lei aspirava di più alla tigre dai denti a sciabola.
I paciosi triceratopi non l’avevano mai attratta a dire il vero. Fu così che all’età di 19 anni decise di trasferirsi in Italia per frequentare la facoltà di Gemmologia; i brillocchi erano molto più congeniali ad una fanciulla e soprattutto non cacavano migliaia di palline nere e fetide come un branco di incazzatissimi velocirapotr, che poi ci metti tutto il week end a pulire la cassetta e la sera non riesci ad andare in discoteca, perché sei troppo stanca e le tue sorellastre brutte si fottono il principe azzurro col suv al posto tuo. E fu così che approdò a Roma, Università La Sapienza, aula 69. E alle 12 in punto di quel torrido giorno vide per la prima volta il direttore del dipartimento della facoltà di gemmologia: http://www.artslife.com/wp-content/uploads/2014/06/Giuliano-Gemma.jpg
E colpo di fulmine fu. Non importava che Vivianen non avesse un dollaro bucato, qualcuno pagherà, e siccome lui era un uomo per bene l’avrebbe amata fino al giorno del giudizio.
Si sa, negli affari di famiglia non bisogna intromettersi, altrimenti si scatena una baraonda capace di mettere un uomo in ginocchio. Ma Giuliano era un maschio ruspante, e anche se Vivianen non aprì mai la porta all’uomo nero, kiss kiss bang bang e adiòs gringo. Fino al giornio in cui Erik il vichingo non la rapì, ma questo è tutto un altro film. Quando la conobbi? Mentre coccolava un gattopardo.