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INFANZIA TERRENA - Dialogo con Paolo Migliazza
Mostra personale ai Fienili del Campiaro, Grizzana Morandi
 
Direzione artistica
Eleonora Frattarolo
 
A cura di
Stella Ingino
Nicola Amato ha vinto il Premio Daolio nel 2014 e il Premio Claudio Abbado nel 2015 con Incontext. Conversione di residui urbani, progetto artistico collettivo di riappropriazione dello spazio dismesso tra le arcate del ponte di via Libia a Bologna, a cura sua e di Keita F. Nakasone. La riflessione sul riuso degli spazi urbani, fulcro del progetto, si è inoltre esplicitata nell’installazione Relictio. In uno dei locali dismessi, Nicola ha creato uno spazio surreale, un non luogo. Un breve percorso di zolle di terra che ripropone la mappatura delle aree limitrofe al ponte di via Libia nelle atmosfere oniriche dei suoni campionati negli spazi in stato di abbandono. 
Nicola si muove trasversalmente tra grafica, fotografia, incisioni ed installazioni. Dall’hardcore punk al jazz, spazia nelle diverse declinazioni musicali, affiancandovi il grande impegno nel sociale e la passione per i libri. Le variegate esperienze hanno forgiato la tempra del poliedrico artista, che medita sul rapporto uomo-natura attraverso un coinvolgimento sensoriale, dal visivo, al tattile, al sonoro, all’olfattivo.
Un tappeto di carbone inonda la sala mentre un’eco lontana, lo scricchiolio del lento incedere dei passi, si riverbera nel Fienile. I suoni della natura e dei processi creativi, nelle frequenze dilatate e mescolate al white noise, divengono un sottofondo che si rivela presenza. Rivivono in Nicola le sperimentazioni di John Cage e Robert Morris. Le vibrazioni sonore percorrono le putrelle e animano le sculture, scandendo il percorso del lento cammino della crescita verso un punto di non ritorno. 
I materiali naturali divengono architetture di un paesaggio immaginario, in cui si respira il profumo della terra umida, ricordo di corse nei campi e di spensierate passeggiate in campagna. Ma la costrizione delle regole del mondo adulto inesorabilmente si manifesta nelle volumetrie squadrate delle Nature Morte. La forza primigenia del carbone squarcia la crosta di resina a base cementizia, la natura vigorosamente irrompe nell’artificialità delle sovrastrutture dell’universo contemporaneo. Il mondo dell’infanzia, identificato matericamente nei colori brumosi della terra e del carbone, affiora dal grigiore dei materiali industriali. La vera natura cerca potentemente una via d’uscita dalle spesse mura della prigione invisibile che il mondo adulto ha costruito. L’erosione della ruggine sulle lastre segnate dagli agenti chimici, rientra in questo circuito di crescita e di perdita dell’essenza originaria. La terra cede il posto alle lamine di zinco e ferro, mentre il rumore dei passi continua incessantemente a farsi sentire. Questo turbinio multisensoriale raggiunge il climax e la sua soluzione nella circolarità di Euritmia. In una vertigine di anelli concentrici di resina a base cementizia, terra, carbone, si scioglie l’ansia del divenire. I differenti materiali si susseguono in sezioni distinte ma allo stesso tempo vicine, nel precario equilibrio del cerchio della vita. Le materie di cui siamo composti, dalla vera essenza sino alla corteccia esterna, raggiungono una nuova stabilità in una costrizione più o meno forzata determinata dall’indispensabile arginamento della propria natura nel difficile cammino della crescita.
 
Paolo Migliazza ha partecipato al Premio Zucchelli nel 2014 e nel 2015 ha esposto al MARCA di Catanzaro un progetto fotografico sui pazienti dell’ospedale psichiatrico di Girifalco (Cz). Nelle canzoni di Jason Molina, Paolo ritrova quella profonda sensibilità nei confronti delle multiformi vicende umane che gli appartiene e che lascia tracce profonde nelle sue sculture. A Grizzana Morandi egli presenta il suo piccolo esercito di bambini in argilla e terracotta. 
Gli spazi del Fienile si popolano di presenze senza identità, dai volti appena definiti, lo sguardo assente e le labbra socchiuse. Sono irraggiungibili, provenienti da un mondo “altro”. Dalle atmosfere sospese del post rock di Mogwai, Paolo trae ispirazione per riportare in questa dimensione terrena fantasmi di bambini, creature fragili e malleabili, come l’argilla cruda che li compone. Figure infantili che vedono, ma non guardano. Chiusi in loro stessi, colmi di una malinconia commovente. È il racconto di un’infanzia sacrificata che ci riporta alla mente le terribili immagini di guerra in cui bambini imbracciano il mitra o si avventurano in esodi senza speranza. E guardandoci attorno, il frastuono di computer e televisione stordisce le menti degli adulti del domani.
Metafore della tragicità dell’infanzia del mondo attuale e nel contempo materializzazioni del senso di impotenza dinanzi all’impossibilità di recuperare quella stagione dell’esistenza ormai inesorabilmente passata. Il ritorno all’infanzia è un utopico desiderio che silenziosamente arde nell’animo umano. Dinanzi allo stravolgimento della contemporaneità, l’adulto è alla smaniosa ricerca di se stesso e della propria identità, alimentata proprio dal necessario ricongiungimento con quella parte di sé, la più pura.
Quegli attimi vitali e gioiosi del primo tempo della vita, di cui restano solo vivide sensazioni, si depositano in fondo ai ricordi come sedimento, scivolando nella dimensione dell’inconscio. 
Ma il confronto con il mondo esterno, come la forza del mare conduce questi sedimenti nuovamente in superficie, per pochi lieti istanti. Lentamente il processo di crescita e il bisogno di relazionarsi con gli altri, come l’azione erosiva del vento, scalfiscono l’uomo e gli danno forma. La polvere scaturita da questa lenta erosione si deposita sui volti di questo esercito di bambini, è l’esperienza. L’argilla cruda diviene terracotta, i volti si ricoprono di ruvide cascate di pigmenti ed il peso della crescita incombe come una putrella arrugginita sulle loro spalle. Nelle sculture di Paolo ritroviamo tracce di Gemito, Rosso, Martini, sino ai Demetz e Bruno Walpoth, sviluppate con una tragicità desunta anche dalla musica e dalla letteratura di cui l’artista è affamato. 

testo di
Stella Ingino
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Nicola Amato

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