Torre-Museo delle Acque a Colorno - 2013
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    TESI DI LAUREA MAGISTRALE PROGETTO DI RESTAURO E RIUSO DELLA TORRE DELLE ACQUE DI COLORNO (PR)
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PROGETTO DI RESTAURO E RIUSO DELLA TORRE DELLE ACQUE DI COLORNO (PR)
TITOLO: Torre-Museo delle Acque a Colorno
TIPO:progetto universitario -  progetto di restauro (Laboratorio di sintesi finale-tesi)
CATEGORIA: Pubblico-museale
LUOGO: Colorno (PR)
ANNO: 2013
GRUPPO DI LAVORO: Lucia Bergianti, Antonio Giulio Loforese, Marcello Cesini
 
La maestosa Torre delle Acque di Colorno giace, ormai da decenni, in una gravissimo stato di abbandono così come l’intera area circostante, un tempo importante polo produttivo che sapeva sapientemente sfruttare la corrente dei corsi d’acqua che la circondano. L’importante valore socio-culturale, architettonico ed ingegneristico e la sua particolare bellezza, rendono l’antico manufatto unico nel suo genere e da subito lo spettatore ne rimane incantato, incapace di spiegarsi quali segreti esso racchiuda. Appare riservato, esclusivo ed anche se tutti lo conoscono, in pochi possono godere della sua esperienza.
Resistere e rinunciare al suo fascino è impensabile, rendendo insopportabile la curiosità che provoca nello spettatore, rivolgendosi ad essa con rispetto e devozione.
Riappropriarsi della Torre delle Acque e dei suoi luoghi diventa così una necessità morale, intrisa di consapevolezza e volontà di conoscenza. Il passante ha bisogno di conoscere, il bambino vuole conoscere. Osservare dal basso verso l’alto le imponenti facciate, solcate da segni del tempo, nel loro scorrere lento e piatto di laterizi, interrotti solo da lievi cornici marcapiano, lascia solo immaginare l’atmosfera irreale dell’interno, in cui la luce entra a stento negli stretti spazi ed è un continuo ed ingannevole gioco di luci e di ombre. Una stretta e precaria scala porta a barcollanti solai ondulati e per ogni piano vi è una prima stanza azzurra ed accanto una seconda con al centro un gran camino, dove il visitatore mai l’avrebbe sospettato. Le finestre sono poggiate a terra o poco sopra i piedi dell’incredulo spettatore e lasciano intravedere i corsi d’acqua del Galasso e del Lorno. Una volta a punta di grande altezza, prima azzurra e poi rosa, affascina e confonde, mutando le percezioni e distorcendo le proporzioni; le rampe per salire in sommità diventano tre ed una forte luce illumina a tratti il percorso, prima illuminato da sole feritoie, che porta all’ultimo piano dove pavimenti rotti e finestre murate lasciano solo percepire quella che un tempo era una stupenda loggia, in cui immergersi in un bagno di luce.
Degli antichi meccanismi che sollevavano l’acqua ormai non vi è più traccia ma sui muri restano ancora i segni e le bucature dove erano incastrati gli ingranaggi. Si percepisce a vista la disomogeneità delle strutture e l’antica materia e mischiata con la nuova; nella massiccia muratura sono incastrati malandati solai in legno, gli originari ambienti di gran respiro son oggi piccole stanze divise da sottili e lesionati tramezzi, la scalinata nel suo susseguirsi di rampe si regge malamente su instabili travetti lignei sormontati da disfatte pianelle in cotto, le stupende capriate reggono ormai i brandelli del tetto crollato.
Una nuova struttura potrebbe però avvolgere la bellezza dell’antico luogo, reinterpretando il corso del tempo, rendendola non un vuoto museo di se stessa ma riempiendola del nobile valore della conoscenza. Un percorso in acciaio e vetro, di rampe e solai, ne lascerebbe intatte le mura con i suoi intonaci colorati ed evocherebbe il segno del tempo, il segno dettato dalla conversione in dimora. La luce tornerebbe ad entrare dalle finestre murate ed ogni ambiente avrebbe il suo originario respiro oggi smorzato dai sottili tramezzi.
In nuove condutture salirebbe l’acqua, mossa da stantuffi, azionati da nuove ruote, nel segno della sua antica funzione, fino a condurla in una gran vasca all’ultimo piano, permeato di luce come fosse un loggiato.