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    Racconti brevi svolti nell'ambito dell'accademia di comunicazione
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Viola timbrò il cartellino e spalancò il portone del grande edificio dai colori sgargianti nel quale lavorava da ormai più di quattro mesi. Il freddo Londinese delle tre di notte la colse impreparata. Si alzò la sciarpa fino agli occhi e si avviò a passo svelto verso la fermata dell’autobus. Rabbrividì al pensiero che sarebbe arrivata a casa solo un’ora e due mezzi dopo. I primi mesi a Londra aveva trovato romantico quel tragitto notturno tra le vie completamente buie di una città che di giorno accoglieva i più disparati tipi di persona e dopo mezzanotte si trasformava in un muto deserto. Le piaceva salire nella parte superiore dell’autobus a due piani e guardare tutto dall’alto. Si sentiva padrona per qualche minuto di quella città magica in cui aveva sognato di trasferirsi da quando a 10 anni suo padre le aveva regalato Abbey Road dei Beatles. Ed era proprio dalle parti di Abbey Road, nella zona di Camden, che aveva trovato casa, per 100 pound a settimana. Peccato che dopo una serie di colloqui nei negozi delle vicinanze l’unico lavoro che era riuscita a trovare fosse dall’altra parte della città, come cameriera in un piccolo bar ad Hammersmith.
Quella sera la temperatura era al di sotto dello zero, nuvolette di vapore le uscivano dalla bocca ad ogni respiro e cercava di riscaldarsi le mani strofinandosele contro le ginocchia. L’autobus arrivò, come recitava il cartellone accanto alla fermata, alle 3.16,  puntuale come solo i mezzi inglesi possono essere.
Viola passò la oyster sul lettore e scelse il posto in fondo, retaggio delle gite della scuola superiore. Da lì poteva osservare tutti i passeggeri notturni, assonnati lavoratori o ragazzi appena tornati da una serata al pub.
Scese all’altezza di Oxford Circus, ancora completamente illuminata, per salire su un altro mezzo. Tempo di attesa: 20 minuti. Decise di approfittare di tutto quel tempo prelevando al bancomat lì vicino. 34372, continuava a ripetere nella mente. Era il codice della sua postepay, ci aveva messo una vita per impararlo e aveva sempre paura di sbagliare a digitarlo.
Un uomo sulla quarantina era in fila dietro di lei e si toccava continuamente la testa quasi pelata fissando Viola forse nel tentativo di metterle fretta. Lei prelevò gli ultimi 200 pound e si diresse verso la fermata infilando in fretta le banconote nel portafogli. Dopo due minuti l’uomo del bancomat la raggiunse e si sedette accanto a lei sulla panchina.  Lei prese il cellulare e si mise a giocare a ruzzle, più che altro per abitudine, ma concentrarsi le riusciva difficile. Aveva la sensazione che quello sconosciuto la stesse fissando, ma d’altronde era una cosa che le capitava spesso. Gli estranei le facevano paura, ogni volta che si trovava da sola in situazioni nuove si sentiva osservata e giudicata da tutti i presenti. Cercò di non distogliere lo sguardo dall’i phone finché l’autobus non arrivò. Raccolse la borsa e salì in fretta. Stavolta scelse il posto dietro il conducente, in qualche modo si sentiva rassicurata da quell’ignoto lavoratore notturno che l’avrebbe finalmente portata a casa. Questo autobus era diverso dal precedente, non era a due piani e nell’aria aleggiava un forte odore di piscio. C’erano solo tre o quattro passeggeri a bordo: un barbone addormentato e un ragazzo di colore che parlava a telefono chissà con chi d’altra parte del mondo.
Viola si girò in fretta per controllare se anche lo sconosciuto fosse salito, e subito incrociò il suo sguardo. Seduto tre o quattro sedili più indietro, la stava fissando con un’espressione vuota ed inquietante. Lei strinse istintivamente la borsa tra le braccia e si rannicchiò il più possibile sul sedile, nell’inconscio tentativo di rendersi invisibile. Sentiva freddo, e non vedeva l’ora di infilarsi nel suo letto e lasciarsi quella brutta giornata alle spalle. La voce elettronica finalmente annunciò la sua fermata e lei scese. Camminò più svelta che poteva e non trovò neanche il coraggio di girarsi a controllare se quell’uomo fosse dietro di lei. Si ripeteva nella testa che doveva trattarsi di una delle sue solite fisse, come quelle volte in cui si convinceva di avere qualcosa tra i denti perché i suoi colleghi la guardavano in modo diverso dal solito.
Più camminava più si rendeva conto di quanto fosse buia quella strada. Le sembrò strano non essersene accorta nei mesi precedenti, ma non a caso sua madre l’aveva sempre definita una con la testa tra le nuvole. Questa volta però aveva i piedi per terra più che mai, anzi si sentiva come se una forza misteriosa la stesse schiacciando al suolo e rallentasse il tanto agognato ritorno a casa.
All’improvviso,  una voce alle sue spalle cercò di richiamare la sua attenzione. Sentì un brivido percorrerle la schiena e d’istinto aumentò il passo. La voce si fece più forte. Magari era qualcuno che aveva bisogno di aiuto, o forse aveva perso qualcosa per strada e voleva riportargliela. Si girò per controllare, e vide a dieci passi da lei lo stesso uomo che aveva notato al bancomat, poi nell’autobus e ora nella via di casa sua. Non poteva essere una coincidenza. Per un attimo si immobilizzò, raggelata. Poi si mise a correre il più velocemente possibile, per quanto le permettevano le sue gambe corte e i polmoni da fumatrice.
Riusciva a stento a respirare, le caviglie le facevano male dentro le dr martens troppo larghe, e le tornavano improvvisamente alla mente tutti i racconti di donne violentate di cui aveva sentito al tg mentre cenava in silenzio con i suoi nella sua rassicurante casa in paese.
Ai tempi situazioni del genere le sembravano inverosimili, e si era ritrovata spesso a pensare che andando in giro in piena notte vestite chissà come quelle donne alla tv se la fossero anche un po’ cercata. Si sentì immensamente stupida ed ingenua mentre correva nel buio con le scarpe slacciate e la grossa borsa che le sbatteva contro il fianco ad intervalli regolari.
Poteva finalmente vedere il portone di casa sua, a pochi passi di distanza. Sentiva l’uomo avvicinarsi sempre di più, era molto alto e l’aveva raggiunta senza grandi sforzi. Mise le mani nella borsa per cercare le chiavi, ma trovarle era un’impresa. Poteva sentire con i polpastrelli la pelle consumata del suo vecchio portafogli, la superficie liscia della moleskine, i nodi delle cuffie del suo i pod attorcigliate intorno a qualcosa, forse proprio alle sue chiavi.  Non fece in tempo a controllare di cosa si trattasse che sentì l’alito dell’uomo alle sue spalle. Puzzava di naftalina e di tabacco, come uno dei vecchi del suo paese con cui Viola si fermava a chiacchierare ogni tanto al ritorno da scuola. Le mani ruvide dello sconosciuto le fermarono il polso con forza. Lei cercò di dimenarsi e di prenderlo a calci, ma quell’uomo sembrava essere indifferente ai suoi colpi da ragazzina. Viola si mise a gridare e l’uomo d’istinto le lasciò i polsi, ma fu solo un istante. Non era neanche riuscita a fare un passo che lui la spinse per terra, facendole sbattere la testa contro il marciapiede. Il dolore la paralizzò, e si convinse che sarebbe morta quel giorno, in una città straniera in cui forse nessuno si sarebbe accorto della sua scomparsa.
La sagoma dell’uomo in controluce le si avvicinava sempre più, e d’istinto chiuse gli occhi. Per non vedere cosa le sarebbe successo di lì a poco, per non assistere alla sua fine.
Ma una voce familiare ruppe improvvisamente il silenzio della notte. “Cosa cazzo sta succedendo?” era Matt, il suo coinquilino australiano.
Avevano avuto una mezza storia all’inizio, ma lui era un tipo strano e lei si era convinta che non gli importasse un granché di uscire con lei. Invece, senza pensarci due volte, il ragazzo si gettò addosso a quell’omone minaccioso e lo buttò per terra. Iniziò a colpirlo in pieno volto finché non smise di opporre resistenza.
Poi si girò verso di lei, ancora tremante, e la abbracciò. Lei iniziò a singhiozzare e lo strinse senza riuscire a dire neanche una parola.
 
“Nietzsche attacca, quindi, i tradizionali valori fondamentali della società giungendo a mostrare la natura meramente metaforica e prospettica di qualsiasi principio trascendente e della stessa morale.”
Alzai lo sguardo dal libro di filosofia e mi allontanai dalla scrivania piena di libri per andare in cucina, come se cambiare stanza potesse in qualche modo chiarificarmi le idee.
L’interrogazione del giorno dopo mi terrorizzava, avevo come sempre iniziato a studiare troppo tardi, e avrei fatto di sicuro una pessima figura.
“Mamma, sai per caso se è rimasto un po’ di dolce?” Lo squillo del telefono sovrastò le sue parole. Alzai la cornetta “Pronto?” Nessuna risposta, solo il rumore confuso del traffico. “Pronto, ma chi è?” ripetei un po’ spazientita. Sentii qualcuno gridare dall’altra parte, con una disperazione che m’immobilizzò. “C’è stato un incidente, ti prego vienimi a prendere, non dire niente a tua madre”. Riconobbi la voce di mio padre. Era la prima volta in vita mia che lo sentivo piangere, per me era sempre stato l’uomo più forte del mondo, e d’istinto anche i miei occhi divennero lucidi.
“Sono alla fine di Via Re David, ti prego corri, fa male…” Ripeté le ultime parole urlando sempre più forte, e sentii le mie mani diventare gelide intorno alla cornetta. Mia madre uscì dalla cucina con in mano l’ultima fetta di torta.
Mi guardò in faccia e in un attimo capì che qualcosa non andava. “Chi era al telefono?” mi chiese, e sul suo viso comparve un’espressione seriamente angosciata. “Era tuo padre? Cos’è successo?” continuò con una voce stridula, spaventata dal mio silenzio. Come avrei potuto non dirglielo? “Babbo ha fatto un incidente con la moto – dobbiamo andare a prenderlo” è tutto quello che riuscii a mormorare.  
Avrei potuto avere più tatto, avrei potuto almeno abbracciarla, ma in quel momento tutti i muscoli del mio corpo si rifiutarono di collaborare, le urla di mio padre riecheggiavano nella mia testa e mi facevano pensare al peggio.
Mamma reagì esageratamente, come è sua abitudine fare in ogni situazione imprevista e drammatica della nostra vita. Continuava a gridare e chiedermi informazioni come se io potessi sapere qualcosa in più, come se sapere qualcosa in più potesse aiutare.
“Dammi le chiavi della macchina” urlai per sovrastare la sua voce, “Dammi quelle cazzo di chiavi, dobbiamo sbrigarci!” Litigammo per un po’ per chi dovesse guidare, io avevo preso la patente da pochi giorni ma lasciarlo fare a lei in quelle condizioni sarebbe stata davvero una follia.
Scendemmo di corsa le scale in pigiama, ci infilammo in macchina e io spinsi il più possibile il piede sull’acceleratore. La pressione che mi mettevano le urla di mia madre e il pensiero di dover fare il più in fretta possibile mi fecero sbagliare strada almeno un paio di volte.
In via Re David c’era una fila di macchine che arrivava al benzinaio in fondo alla strada, era l’ora di punta e i clacson che suonavano impazziti non facevano che aumentare il mio nervosismo. Lasciammo la macchina sul ciglio della strada e proseguimmo di corsa; ci accorgemmo che il traffico era causato da un altro incidente: un motorino giaceva poco lontano e il proprietario dell’auto che l’aveva colpito stava parlando con i carabinieri.
Li superammo appena in tempo per vedere un’ambulanza andare via a sirene spiegate.
Ci avvicinammo a un capannello di curiosi per capire cosa fosse successo. Al centro del gruppo c’era un’enorme pozza di sangue, e sentii qualcuno dire che apparteneva all’uomo che era stato travolto con la moto.
Mi turbò più di tutto il modo in cui quegli sconosciuti ne stessero parlando; come se fosse solo un pettegolezzo da raccontare per stupire gli amici al bar, come se non riguardasse una persona reale.
Tornammo di corsa alla macchina e guidai fino all’ospedale più vicino.  Mia madre nel frattempo chiamò tutte le sue sorelle, era affannata, ripeteva le stesse frasi a tutte loro nello stesso tono allarmato.
Quando arrivammo mio padre era disteso su di una barella, era bianco in volto e continuava a cercare di alzarsi mentre due infermieri molto più giovani lo tenevano fermo.
Gli corremmo incontro come se non lo vedessimo da una vita, lo abbracciammo ma lui non reagì, era come se il dolore lo avesse anestetizzato. Non sembrava la stessa persona, il suo sguardo sempre così sicuro era un misto tra rabbia e paura, le labbra avevano perso colore, la porzione di viso non nascosta dalla barba rivelava un colorito pallido, tendente al verdastro. Ci raccontò quasi sussurrando che uno stronzo in una monovolume aveva fatto inversione all’improvviso per sfuggire al traffico di quell’ora, tagliandogli la strada. Aveva sentito un dolore lancinante al tallone, come se qualcuno gliel’avesse strappato via, e poi era volato dalla moto.
Aspettammo cinque ore in fila prima che qualcuno lo visitasse; nonostante fosse arrivato in ambulanza sembrava che tutti i malati più gravi della città si fossero riuniti lì quel giorno. Quando lo fecero entrare a fare la TAC mia madre andò con lui ed io rimasi sola, in pigiama,  nella sala d’attesa del pronto soccorso.
Osservai per una buona mezz’ora gli strani individui che popolavano quel luogo in cui non ero mai stata. La maggior parte di loro erano molto vecchi, alcuni tossivano fortissimo portandosi il fazzoletto alla bocca, altri telefonavano ai loro figli per informarli degli incidenti casalinghi che li avevano portati lì.
Poco dopo arrivarono i compagni del rugby, i cui corpi enormi e muscolosi contrastavano con le espressioni interrogative e sperdute sui loro volti. Mio padre aveva cresciuto la maggior parte di loro, era stato il loro allenatore dall’inizio della scuola media, ed era diventato con gli anni una figura sempre più importante nelle loro vite.
Quando la barella uscì dalla stanza, un gruppo di dieci omoni la accerchiò spaventando i due infermieri. Mia madre abbracciò alcuni di loro, mentre mio padre fu portato in sala operatoria. Era quasi mezzanotte, l’operazione sarebbe durata alcune ore, e mi fu detto di tornare a casa. Non volevo lasciare mia madre in quell’ospedale, ma mia sorella era lì ad aspettarmi e quattro delle mie zie erano venute a darmi il cambio.
Il giorno dopo mi svegliai presto, ricordo bene la sensazione di vuoto che aleggiava in casa. Di solito a quell’ora mio padre usciva per andare a scuola, e ogni mattina, senza saltarne nemmeno una, ci salutava con un bacio. Mi venne da piangere pensando a tutte quelle volte in cui ero troppo nervosa per un’interrogazione, o stavo litigando con mia sorella per qualche assurda ragione, e avevo evitato quel bacio.
Tornai in ospedale, mi sembrava un labirinto di strade, dovetti chiamare mio zio per farmi spiegare come raggiungere il reparto. Quando arrivai mia madre stava parlando con un medico. “L’operazione è andata abbastanza bene”, ci disse, e ci sentimmo entrambe sollevate. Ma la sua faccia non prometteva niente di buono, parlava di lesioni gravi al tendine, menzionò la possibilità di non tornare più a camminare normalmente. Mia madre gli gridò contro, cercò di ribellarsi come fa quando le capita qualcosa di inaspettato, è sempre stata convinta che sulla mia famiglia non potesse abbattersi alcun tipo di disgrazia, e questo ci ha in qualche modo protetti, fino a quel momento.
Nei mesi successivi ogni cosa è cambiata. E’ come se tutto si fosse fermato, come se ogni tipo di routine fosse stata dimenticata.
Mia madre trascorreva  qualunque minuto libero in quella stanza di ospedale, io e mia sorella mangiavamo quasi sempre da sole. Ogni giorno, dalle cinque alle sette, la mia famiglia si riuniva intorno al letto di mio padre; i miei zii cercavano di mantenerlo allegro raccontandogli aneddoti della loro vita da postini, le mie zie gli preparavano teglie di lasagne e di pasta al forno, ma la sua espressione era sempre la stessa, quella di un carcerato.
Era come se la sua vita, trascorsa tra il campo di rugby e la palestra della scuola, fosse stata improvvisamente scambiata con quella di un anziano, costretto per tutto quel tempo ad andare in giro con la sedia a rotelle per i corridoi dell’ospedale.
Non lo riconoscevo più, e vederlo così mi faceva sentire ogni giorno più impotente.
Ogni volta che tornavo a casa, guidando da sola per le vie della città, piangevo. Non volevo farlo davanti a mia madre, il mio ruolo era quello di tenerla su di morale, avevo paura che un qualsiasi gesto di cedimento l’avrebbe fatta crollare.
Ma non successe mai. In quei mesi così difficili riuscimmo tutti a tirare fuori una forza che probabilmente non pensavamo di avere.
Mio padre strinse amicizia con il suo compagno di stanza, un contadino di sessant’anni a cui erano state amputate entrambe le gambe per un incidente con una trebbiatrice. La sua presenza lo faceva in qualche modo sentire un privilegiato, e invece di piangersi addosso passava il tempo a cercare di farlo stare meglio. Io e mia sorella spesso riuscivamo a farlo uscire di nascosto dalle mura dell’ospedale, per andare a prendere un gelato insieme e fingere che tutto fosse normale. Mia madre passava il tempo inseguendo i dottori, e penso che sia soprattutto grazie alla sua tenacia che, dopo sei interventi e  più di cento giorni di ricovero, le cose si siano tornate quasi alla normalità.